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giovedì, marzo 31, 2016

Big In Japan: la donna in Giappone tra tradizioni e futuro [II]


La donna giapponese in epoche antiche aveva un ruolo centrale, occupava anche posti di potere di estrema importanza (vennero elette ben sette donne imperatrici). 
Pare che, in epoca antichissima, la società giapponese fosse matriarcale, tanto che la successione andava per linea femminile e molte donne erano a capo dei loro clan, come, ad esempio la regina Himiko che guidava gli Yamatai (I-II secolo d.C.). Solo nelle epoche Nara ed Heian (dal VII al XII), il potere sui clan cadrà in mano maschile e le donne della nobiltà cominceranno ad avere un ruolo di secondo piano, all'ombra del marito e dei figli maschi, recuperando un minimo di potere solo come suocere...mentre nelle classi sociali più basse il ruolo femminile era divenuto più o meno paritario con quello maschile.
Anche nei racconti mitici viene messa in rilievo l’importanza delle donne: basti pensare alla divina Amaterasu, dea del sole da cui scaturisce secondo la tradizione l’intera dinastia regnante. 
Gradualmente questo suo ruolo primario verrà completamente ridimensionato, la donna diventerà completamente subordinata all’uomo, soprattutto a causa della fortissima influenza del confucianesimo, il cui pensiero tradizionale è ancora presente e fa da substrato nella mentalità dei giapponesi di oggi. Il confucianesimo disprezzava infatti le donne, considerate esseri inferiori con l’unico compito di badare alla famiglia, fare ed educare i figli, essere rispettosa verso il marito.  Al di là della facciata di modernità e emancipazione, le donne giapponesi oggi sono ancora ben lontane dal raggiungimento della parità con gli uomini. 
La maggior parte di loro lavora ma ancora non in maniera continuativa e molto difficilmente riescono a raggiungere alti livelli dirigenziali. La donna il più delle volte risente ancora della pressione sociale e della mentalità tradizionale che la vuole brava moglie e madre, dedita alla cura della casa e della famiglia, sottoposta a pressioni sociali, pena il disonore, quali l’obbligo di sposarsi presto (tuttora spesso attraverso un matrimonio combinato dai genitori) e la rinuncia  alla propria carriera lavorativa per occuparsi di casa e famiglia. 
Nonostante i molti passi avanti percorsi dalle donne giapponesi per allontanarsi dallo stereotipo della geisha - bellezza di porcellana da rinchiudere in casa, il cammino verso l’emancipazione è ancora lungo.
Tanti i miti e le tradizioni che ancora oggi in Giappone sottolineano la presunta inferiorità della donna. Con la motivazione che le donne sono una “distrazione” per i pellegrini, le donne non possono scalare il Monte Omibe, situato a Nara. Nel monte dichiarato patrimonio mondiale dell’Unesco si trova il tempio di Ominesanji. Gli uomini ricchi di spiritualità non possono di certo dedicarsi alle donne.
Il corpo femminile però non è solo sinonimo di distrazione, ma anche di purezza! Per cui non può essere sfreggiato o contaminato da una pratica antica come il Giappone stesso, quella del Sumo. Anche se negli ultimi anni esistono circoli come quello dell’ “onnazumo” con una sezione tutta al femminile, nelle gare professionali ancora le donne non sono ammesse.
Nei famossissimi capsula-hotel giapponesi, soggionarvi per le donne potrebbe essere un problema. Comunemente frequentato da uomini non ingrado di tornare a casa poichè ubriachi, o che fanno tardi al lavoro, non è un luogo “socialmente” accettato per le donne. Anche se non esiste nessun regolamento pochi sono gli hotel che accettano delle clienti.
Dei miglioramenti riguardo all’emancipazione femminile avvengono in epoca moderna, nel periodo Meiji, quando il Giappone tenta di assorbire le idee occidentali. Dopo la II guerra mondiale, con l’adozione della nuova costituzione su modello occidentale, vengono garantiti (almeno per iscritto) eguali diritti a tutti i cittadini senza tenere conto del sesso. La legge sulle pari opportunità per abolire la discriminazione lavorativa contro le donne verrà emanata solo nel 1986, ma la posizione delle donne giapponesi nella società è ancora piuttosto subordinata.
La subordinazione femminile si rispeccha ad esempio nello stesso linguaggio giapponese: i mariti per indicare la moglie usano il termine “Kanai”, che significa “dentro la casa”.
I primi movimenti di emancipazione femminile avvengono a fine ‘800- inizio ‘900, quando le donne cominciano ad approfondire l’analisi della loro individualità e sessualità soprattutto attraverso la rivista femminista Seitō, ponendo il problema della necessità di politiche sociali che permettessero alle donne di mantenere la propria libertà. Alcune di queste femministe, socialiste e anarchiche pagarono con le loro vite il loro attivismo: Kanno Suga, Kaneko Fumiko e Itō Noe.
Oggi ci sono le OL, le Office Ladies, il nuovo prototipo/stereotipo della donna moderna impiegata giapponese “emancipata”. Queste impiegate vengono anche chiamate i “Fiori d’ufficio”, esiste per loro anche un manuale delle buone maniere: come devono servire il tè, chiedere scusa e ringraziare, come inchinarsi (anche quando si saluta qualcuno al telefono). Anche se munite dei migliori titoli accademici, il primo lavoro che fanno una volta impiegate è servire il tè ai maschi dell’ufficio. 
Ma le ragazze giapponese di oggi chi sono? “Tokyo Sisters” è il divertente reportage di due giornaliste francesi realizzato dopo aver effettuato delle interviste a varie donne giapponesi nel 2009.
Ci parlano dei fenomeni giovanili esplosi nel quartiere Harajuku come la moda dei travestimenti Cosplay, le Gal (delle fashion addicts: ossessionate dalla moda e dall’essere curate e impeccabili, pronte a tutto per acquistare articoli di lusso), le Shibuyette (le ragazze di Shibuya, si tingono capelli di biondo, labbra bianche, lenti a contatto colorate e viso abbronzatissimo). Ci raccontano però anche delle OL, le Office Lady, generalmente donne non sposate che lavorano come impiegate. Una delle ragazze intervistate dice che “fino a poco tempo fa, una ragazza accedeva solo a posti di segretaria, doveva servire il tè e fare le fotocopie”. Solo di recente le donne hanno avuto accesso allo Sogoshoku (la “carriera globale”, con prospettive di promozione) allo stesso titolo degli uomini. Le autrici ci forniscono anche alcuni dati statistici esemplificativi della condizione lavorativa femminile: nel 2005 solo il 48% delle donne lavorava;  in termini di salario lo scarto tra uomini e donne è tra il 30 e 50%. Inoltre il 70% delle donne giapponesi una volta diventate madri smettono di lavorare. Basti pensare alla celebre frase del ministro della Sanità del Lavoro e del Benessere Hakuo Yanagisawa: “le donne sono macchine per fare figli”.
E poi ovviamente ci sono loro, le Gheishe. Geisha è l'unione di due kanji che significano "arte" e "persona": significa quindi "persona esperta nelle belle arti , nelle belle maniere". La Geisha e' una professionista nell'arte di intrattenere ed allietare noiose cene d'affari e banchetti. Una geisha coniuga spontaneità e raffinato artificio e la sua conversazione e' attenta e elegante. La bellezza della geisha e' insita nella sua padronanza della canzone, della musica , del ballo , dell'abbigliamento, della raffinata presenza in qualunque occasione le si presenti. Lo scopo di una geisha e' di arrivare a rappresentare la perfetta incarnazione dell'iki, canone estatico su cui si basa l'essenza dell'essere giapponese. Per noi occidentali potrebbe rappresentare la "grazia" intesa in senso ampio ed estetico. 
L'Iki è il uno stile, un comportamento, l'essenza della seduzione che sceglie la via piu' difficile del mutamento, dell'adattabilita' dell'anima al proprio interlocutore. Tutto cio porta la geisha al di la' della sua immancabile bellezza fisica : essa contiene in se' la propria arte.
La geisha ha sempre rappresentato l'aristocrazia del mizu shouba e non e' da considerarsi una prostituta. Se fornisce prestazioni sessuali, lo fa a sua discrezione o come parte di una relazione duratura. Il suo lavoro è vendere un sogno - fatto di sontuosità, romanticismo, esclusività - ai più ricchi e potenti uomini del Giappone: politici, uomini d'affari e yakuza. 
Molte geisha raggiunta una certa età sono state spose di uomini facoltosi e di alto livello sociale. 
Sin dall'antichita' , diventare geisha non comprendeva l'insegnamento delle arti amatorie; anzi, dovendo arrivare vergini al mizu age, era loro prescritto di stare il più lontano possibile da qualsiasi contatto di tipo sessuale. Era un modo diverso di essere donna. La geisha era la donna per eccellenza, un gioiello, una cosa rara da ammirare e apprezzare.
Una figura ben distinta dalla geisha è quella della "maiko" ("danzatrice"), giovanissima che studia per divenire geisha. Essa è ben riconoscibile dal kimono molto più colorato, con maniche e obi allungato.
Anche le maiko sono richiestissime sul lavoro, poiché la loro giovinezza e candore compensano la mancanza di quell'esperienza che soltanto le geisha più affermate possiedono.
La cerimonia della rotazione del collare (erikae) segna il cambiamento, l'evoluzione da maiko a geisha.

martedì, marzo 08, 2016

International Women's Day


L’8 marzo è internazionalmente la giornata dedicata alle lotte portate avanti dalle donne contro le discriminazioni e le violenze di cui sono ancora oggi vittime in tutto il mondo.

Questa celebrazione si è tenuta per la prima volta negli Stati Uniti nel 1909, in alcuni paesi europei nel 1911 e in Italia nel 1922.

L’8 marzo 1917 le donne di San Pietroburgo in Russia guidarono una manifestazione per chiedere la fine della guerra. La manifestazione fece nascere molte altre proteste che portarono al crollo dello zarismo. L’8 marzo 1917 indica storicamente l’inizio della Rivoluzione russa di febbraio.
La Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste fissò l’8 marzo come la «Giornata internazionale dell’operaia».

Dopo la Seconda Guerra Mondiale si è fatto per molto tempo risalire la scelta dell'8 marzo ad una tragedia accaduta nel 1908, che avrebbe avuto come protagoniste le operaie dell'industria tessile Cotton di New York, rimaste uccise da un incendio. In realtà questo fatto non è mai accaduto, e probabilmente è stato confuso con l'incendio di un altra fabbrica tessile della città, avvenuto nel 1911, dove morirono 146 pesone, tra le quali molte donne.
I fatti che hanno realmente portato all'istituzione di questa festa sono di diverso tipo, più legati alla rivendicazione dei diritti delle donne, tra i quali il diritto di voto.

Nel 1946 tutta l’Italia partecipò alla festa della Donna e venne scelta la mimosa come simbolo.

giovedì, marzo 03, 2016

Il femminismo




“Io stessa non sono mai stata in grado di scoprire cosa è esattamente il femminismo; so solo che la gente mi chiama femminista ogni volta che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino.”

REBECCA WEST

mercoledì, marzo 02, 2016

Simonetta Sciandivasci: La domenica lasciami sola

In questo inizio mese tinto di rosa, mi sono lasciato tentare dall'opera di esordio dela scrittrice Simonetta Sciandivasci, La domenica lasciami sola. Superate le reticencenze - grazie alla splendida copertina e al consiglio di una amica - per cui la si voleva come una lettura dedicata unicamente al gentil sesso, posso confessare di aver fatto una piacevole scoperta.


    Simonetta Sciandivasci, leva 1985, è nata a Tricarico e cresciuta tra Matera e Ferrandina; attualmente vive a Roma. Ha collaborato con A, Donneuropa, Il Giornale, Pagina99, Nuovi Argomenti e Il Foglio, occupandosi di cultura, moda, costume sulla sua rubrica “Gioco Maschio”. Con il romanzo La domenica lasciami sola, edito da Baldini&Castoldi nell'ottobre del 2014 si affaccia a pieno diritto al mondo letterario italiano. Si tratta di un libro esilarante, zeppo di ironia e rovesciamenti di luoghi comuni. E' un impasto di riflessioni masticate e rimasticate, di dialoghi spassosi che in alcuni passaggi paiono estratti di copioni teatrali alla Carver.

   Per farla breve è il racconto delle dissavventure della protagonista, la signorina S, alle prese con il folgorante incontro con l'uomo della sua vita, Alessandro, che, storpiando il classico motto cristiano, ama il calcio come se stesso. Le avventure narrative hanno inizio nella serata della finale di Champions, Atletico Madrid vs Real Madrid. La signorina S è alle presa con la visione solitaria di questo epico match, mentre la sua attenzione rimbalza tra il tentativo di memorizzare in quale porta debba segnare quale squadra e la comprensione della decisione di Alessandro, ragazzo appena conosciuto in una strana serata al pronto soccorso, il quale ha preferito la visione di questa partita piuttosto che uscire assieme a lei. Da qui prende piede un’ approfondita e spietata analisi di confronto tra l’universo maschile e quello femminile, attraverso l'uso di linguaggi, atteggiamenti, reazioni e sogni colorati di azzurro e di rosa. Da ultimo, riporto un punto del prontuario con i vari consigli alle signorine, da sfoderare in casi di estrema necesità:
 
Se non riuscite a trattenervi dal chiedere cosa accidenti sia il fuorigioco (d’altro canto tacere per novanta minuti dentro il vostro salotto può essere pesante) e lui dovesse schernirvi per questo, ribattete con qualcosa di filosofico, alla Gorgia, tipo: «Nulla esiste; se anche il fuorigioco esistesse, non sarebbe conoscibile; se anche il fuorigioco fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri». D’altronde, potrebbe anche essere arrivato il momento di cambiare i termini di questa annosa querelle e stabilire, appunto, che non sono le donne a non capire, ma o gli uomini a non saper spiegare o il problema a non sussistere. Pensate in grande, potreste essere le iniziatrici di una rivoluzione copernicana. Immaginatevi il capitolo di un sussidiario del Tremila dopo Cristo: «Anni zero, la donna scopre che il fuorigioco non esiste».


venerdì, settembre 04, 2015

Due Partite

Due partite è un film del 2009 diretto da Enzo Monteleone, adattamento cinematografico dell'omonima pièce teatrale di Cristina Comencini. Il film è uscito nelle sale il 6 marzo 2009.
In due epoche differenti, il film racconta l'universo femminile, visto attraverso gli occhi di quattro donne (Sofia, Beatrice, Claudia e Gabriella) che negli anni sessanta si incontrano ogni giovedì pomeriggio per giocare a carte e raccontarsi i loro problemi e le loro paure. Trent'anni dopo le loro figlie (rispettivamente, nell'ordine, Rossana, Giulia, Cecilia e Sara) si riuniscono dopo la morte di Beatrice che si suicida perché affermava di essere sola. Nonostante la modernità e l'emancipazione, le paure e le angosce dell'essere donna non sono differenti rispetto a trent'anni prima.

Quale mezzo più potente per esplorare l'io femminile se non mettere quattro donne, apparentemente perfette e felici, intorno ad un tavolo a confrontarsi e scontrarsi tra loro?
"Due partite" racconta la storia di quattro signore della borghesia degli anni '60, che durante la loro classica partita a carte si confrontano e si scontrano appunto su quelli che sono i loro matrimoni, e la loro concezione di felicità.
Quattro amiche forti ma in realtà deboli, deboli ma in realtà forte. Uno spaccato su una società che stava cambiando e sulle donne che iniziavano per la prima volta nella società italiana a porsi la domanda se fosse giusto restare a casa con i figli ad occuparsi della casa e della famiglia, piuttosto che vivere i loro sogni. Un ritratto introspettivo di quattro personalità molto differenti, accomunate da quel senso di incompleto che attraversava anche quelle più felici e serene.
Quattro amiche che non hanno paura di scontrarsi e criticarsi a vicenda, perché non lo fanno in un senso negativo del termine, ma vogliono spronarsi l'un l'altra ad un cambiamento necessario per loro e per le loro figlie, che giocano a fare le signore nella camera accanto.
Ed è così che scontrandosi riescono a rivelare chi sono veramente, quali sono le loro paure, i loro sentimenti più intimi, e cose che nessuno riesce a raccontare davvero.
La storia prosegue negli anni '90, quando le loro figlie si ritrovano al funerale di una delle loro madri, e le ex bambine, ormai donne si ritovano in quella casa, intorno a quel tavolo, e raccontano chi sono le loro madri oggi e come sono riusciute a cambiare (o a non cambiare!), e raccontando le loro vite e il rapporto con i loro mariti, fidanzati e compagni il quadro si sposta sulla donna moderna, che è andata a lavorare e ha lasciato il marito a casa, capovolgendo completamente la situazione delle loro madri, con nuovi problemi e nuove paure, dalla maternità alla femminiltà ridotta rispetto al passato.
E queste otto donne rappresentano la femminilità che cambia, e una introspettività esternata attraverso il dialogo e il confronto, in un modo sano e senza filtri.

domenica, ottobre 12, 2014

Gli anni del decadentismo: quando il "pallore" andava di moda


"Io non discuto mai le azioni, discuto solo le parole. È meglio essere belli che essere buoni." - dal libro IL RITRATTO DI DORIAN GREY (Oscar Wilde)

La bellezza si sa, è la virtù che ogni donna insegue da sempre. Essere belli è sempre stato un chiodo fisso, da che mondo è mondo, perchè come appariamo è il nostro "benvenuto" nel mondo, nella società. Anche oggi, essere belli batte essere sani e apparire conta più che essere. Ma se oggi possiamo scegliere se indossare una minigonna piuttosto che un paio di jeans lo dobbiamo alle donne del passato, a quelle che prima di noi hanno indossato bustini super stringenti per avere una vita a "vespa" per poi passare a gonne meno ampie e più corte che mostravano le calze prima rigorosamente dai toni scuri e poi sempre più vistose con ricami appariscenti.
Il decadentismo va di pari passo con l'estestismo e in quegli anni mentre la borghesia diventa sempre più imperialistica e lo Stato interviene nell'economia con una politica protezionistica, il trucco è prerogativa di attori e di donne di facili costumi. Resta buona consuetudine non esporsi al sole, passeggiare per strada con ombrellini parasole, cappelli grandi e larghi, e lunghi guanti per avere la pelle rigorosamente pallida.


Usanza che viene del tutto abbandonata grazie alla più nota icona di moda e bellezza, Coco Chanel, che prende spunto per le sue creazioni dal popolo che la circonda, e spinge le donne a far sì che il sole colori la propria pelle.
Il pallore infatti era simbolo di ricchezza, significava che la donna pallida era una donna che non doveva lavorare.
L'ombretto non era assolutamente utilizzato, ma spesso, per definire l'occhio, applicavano l'eyeliner realizzato bruciando un tappo di sughero e stendendolo con un pennello bagnato.
Difficilmente in commercio era possibile reperire il blush/fard e le donne, per dare un tocco di colore e di salute al loro pallore, di nascosto, pizzicavano le guance o si schiaffeggiavano. I rossetti, invece, erano realizzati con cera d'api e fiori schiacciati, ma per avere delle labbra più rosse e gonfie, tutte erano solite mordicchiarsele.
Il trucco quindi non c'era, e la naturalezza del viso delle donne di alta borghesia andava in contrasto con le appariscenze delle donne di strada.
E' solo verso gli inizi del 1900 che nasce il primo fondotinta firmato Max Factor, quindi il pallore lascia spazio al colore e avere un viso assolato non risulta più essere la firma di una donna facile, ma di una donna in salute. E negli anni a seguire, sempre più trucchi e prodotti di bellezza vengono messi in commercio e con il cambiamento del concetto di bellezza, cambia anche il ruolo della donna. Cambia il suo look, dicendo addio ai terribili corsetti, ai guanti, alle gonne lunghe e ampie. Cambia il taglio di capelli, non più arricciato ma che si spinge verso il corto.
Quello che con il tempo non cambia mai, è l'affannarsi a essere sempre alla moda, perfetti, come il tempo che viviamo ci impone.
Gettando un occhi al passato, è facile capire che i costumi mutano, ma il senso di apparire in un modo piuttosto che in un altro è sempre vivo e costante.

mercoledì, giugno 18, 2014

Il club delle prime mogli


Prendete tre mogli tradite e abbandonate, aggiungete risentimento e ribellione, mixate libertà e vendetta, un pizzico di divertimento e una cucchiaiata di ironia. Il risultato sarà lo splendido Il club delle prime mogli.
Diretto da  Hugh Wilson, il film parla di tre ex mogli, amiche dai tempi dell'università, che si rincontrano al funerale della quarta amica, morta suicida dopo la fine del suo matrimonio.
Sembra un inizio drammatico, e lo è, ma questo riavvicina le tre donne, che si trovano tutte nella stessa situazione, il loro mariti le hanno lasciate, per tre ragazze più giovani.
E così una attrice alle prese con la chirugia per restare giovane (Goldie Hawn), una donna con un figlio adolescente che lotta con le bollette (Bette Midler), e una insicura madre di una ragazza lesbica e figlia di una madre autoritaria (Diane Keaton), riscoprono il piacere di stare insieme, e insieme organizzano una grandissima vendetta contro i loro tre mariti.
Seppur il piano grottesco e divertentissimo, alla fine, le tre donne fondano un centro di sostegno per le donne in necessità, per proteggere dalle insidie e pericoli della vita e degli uomini.
Tre grandissime attrici che insieme hanno reso la pellicola indimenticabile.
L'ironia della storia si unisce ad un importante messaggio di emancipazione femminile, negli anni '90 dominati dal Girl Power, e dal rimodellamento della società. 
La ribellione femminile delle donne borghesi verso mariti insolenti e indolenti, e ogni schema che le vedeva ferme al loro posto nel focolare familiare, è il vero messaggio del film.
 

Tu non mi possiedi, cantano le tre protagoniste alla fine del film, ed è vero.
La rabbia e la vendetta si trasformano in un aiuto per tutte le donne, la ribellione diventa capacità di aiutare chi ha subito quello che hanno subito loro.
Una commedia brillante, che fa ridere e riflettere, tre attrici immense, che rappresentano un cinema anni '80 e '90 intelligente anche quando fa ridere al limite dell'assurdo. Tre signore della commedia americana, che rappresentano tutti quei valori femministi di una America cinematografica oggi sbiadita, ma in quegli anni unicamente insuperabile.
Il film vede anche l'ultima apparizione cinematografica della grande Eileen Heckart e una giovane Sarah Jessica Parker prima del successo di Sex & The City.
Una storia tutta al femminile, che però piacerà anche agli uomini.

"Non prendetevela, prendetevi tutto".
Ivana Trump

sabato, marzo 08, 2014

Girl Power! Siamo donne!

photo credits: Girl Power by PrinceEricArt
Oggi non avevamo voglia di festeggiare le donne in maniera tradizionale, volevamo farlo a modo nostro, volevamo farvi cantare, ballare, ridere e piangere in un puro stile Prudence, ed è per questo che ho realizzato una playlist davvero particolare, con alcuni dei brani femminili che a mio parere, rappresentano al meglio il Girl Power. Che dire, auguri a tutte le donne, anche a quelle che preferiscono non festeggiare l'8 marzo, e siamo sicuri che la playlist di oggi riuscirà a strappare un sorriso anche alle donne che purtroppo oggi non hanno nulla da festeggiare, perchè la vita non glielo concede. La musica unisce le persone, e serve a far passare, anche per il tempo di una sola canzone, cattivi pensieri e gravi preoccupazioni. Girl Power!

mercoledì, settembre 11, 2013

Back To Basics. Christina Aguilera e la sua Vena Creativa



La creatività si trova solo nell'arte, come disegno e scultura, o la si può riscontrare nelle su molteplici forme, come la musica, e la scrittura? La creatività è parte dell'arte, o meglio è il cardine principale che permette all'artista di creare qualcosa di veramente innovativo, affascinante, e nuovo, a tal punto da definirla tale.
Ci sono molti artisti nel campo televisivo, cinematografico, musicale e letterario, che si possono definire veramente creativi; una di queste è Christina Aguilera. Personalmente non sono un sono un suo fan sfegatato, ma ciò che mi ha portato ad amare questa talentuosa cantante, è stata proprio la sua creatività artistica, che insieme al suo trasformismo, è riuscita ad ammaliarmi e quasi a farmi “innamorare” di lei.
  

Miss Aguilera ha attraversato diverse fasi nella sua decennale carriera, da ragazza semplice acqua e sapone che cantava What A Girl Wants e Genie In A Bottle, alla ribelle e sexy ragazza matura che cantava Dirrty su un ring, per poi approdare nella veste di donna anni 20-30 con il suo più grande successo discografico: Back To Basics uscito tra il 2005 e il 2006. Back To Basics, è un ritorno alle origini della musica, è la vena creativa, anzi l'essenza creativa di Christina estrapolata da lei e messa in quei due fantastici dischi che compongono l'album. Il concept è semplice, ma allo stesso tempo sofisticato e di gran classe. Semplice perché tutte le melodie sono molto retrò e richiedono un'accurata tecnica vocale per essere eseguite, e sofisticato per il semplice fatto che tutte le registrazioni sono avvenute con una vera orchestra. Niente è stato costruito in studio. I due dischi rappresentano due anime dello stesso concetto: abbiamo un prima parte molto jazz e moderna, mentre una seconda più retrò e più classica, che permette all'ascoltatore di immergersi in quel fantastico mondo di suoni dei primi anni del '900. La vena creativa della Aguilera, non si ferma con Back To Basics, ma prosegue nel 2011, con una nuova trasformazione creativa, dalla donna anni 30 di Back to Basics, si passa alla donna futuristica con Bionic... ma questo è un altro capitolo che approfondiremo in un altra puntata.