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venerdì, ottobre 31, 2014

Che giorno è oggi?


Il tempo scorre così velocemente nel mondo frenetico di oggi che spesso non sappiamo che giorno sia, e non parlo del numero, il calendario ormai è un ogetto misterioso, come l'orologio, ma del giorno della settimana. Ieri era lunedì, oggi è venerdì.
Quando ho vissuto il resto dei giorni? 
La settimana è passata e io dove mi trovavo?
Possibile che non mi sia accorto delle 24 ore di ogni singolo giorno?
Non sono un dormiglione, dormo perché devo farlo, quindi come ho fatto a perdermi tutto questo tempo? Come mai non mi sono accorto che tutto stesse andando avanti nonostante io non stessi guardando neanche l'orologio.
Colpa delle nostre vite piene di eventi se non ci accorgiamo di quante cose stiamo realmente facendo? Facciamo talmente tante cose che ci sembra di non fare nulla?
Occupiamo così tante ore della nostra giornata che non ci accorgiamo che sono già passate?
Che giorno è oggi? 
Venerdì? Ma ieri non era sabato? No cioè domenica? Mi ricordo che mi sono svegliato lunedì e ho sperato che non arrivasse giovedì. Oggi e venerdì, e pensavo che giovedì non sarebbe mai trascorso.

lunedì, ottobre 27, 2014

Les Poètes Maudits


Ammettetelo, tutti a scuola, specie i più ribelli, amavano parlare dei poeti maledetti, a volte anche non capendo di chi si stesse parlando, solo perchè attratti dal nome, e da questo loro essere drammatici come un adolescente in piena crisi amorosa. Ma in realtà chi sono i poeti maledetti?

La definizione di "poeti maledetti" si deve a un'antologia, curata da Paul Verlaine (1844-1896), intitolata Les poètes maudits (= "I poeti maledetti"), pubblicata nel 1884. L'antologia, che ebbe due edizioni, conteneva testi, tra gli altri, di Stéphane Mallarmé (1842-98), Arthur Rimbaud (1854-91), e Tristan Corbière (1845-75), oltre che dello stesso Verlaine. Sebbene Verlaine negasse qualsiasi carattere unitario e di "scuola" ai poeti inclusi nell'antologia, come anche a quelli a cui egli aveva dedicato una serie di biografie, pubblicate dal 1886 al 1892 con il titolo Les hommes d'aujourd'hui (= "Gli uomini d'oggi"), è indubbio che in un certo ambiente letterario, di cui Verlaine è stato più che altro un catalizzatore involontario, è riconoscibile, tra decadentismo, parnassianesimo, simbolismo e loro coscienza critica, una fucina di irradiamento della poesia moderna.

La stella è pianto rosa al cuore delle tue orecchie,
l'infinito è rotolato bianco dalla tua nuca ai reni
il mare ha imperlato di rosso le tue vermiglie mammelle
e l'Uomo ha sanguinato nero al tuo sovrano fianco.
(Arthur Rimbaud)

La "maledizione", nel suo senso più generalizzabile, consisteva nella separatezza e nella marginalità a cui il poeta, nella nascente società di massa, si sentiva costretto e di cui aveva consapevolezza e, si potrebbe dire, desiderata esperienza. Simile condizione produceva un declassamento, una perdita di ruolo che diventava fattore di ribellione e di riscatto estetico, a volte disperato e estremo, come nella sregolatezza "spontanea" dello stesso Verlaine, a volte lucido e malinconico, come nella denuncia della "perdita d'aureola" operata già da Charles Baudelaire (1821-67) in Le spleen de Paris. Non di rado i poeti maledetti, investendosi di ciò che Baudelaire chiamava la "tendenza essenzialmente demoniaca" dell'arte moderna, erano inclini a mettere in gioco la propria vita intera alla ricerca di una intensificazione, anche attraverso l'uso di alcol e di droghe, delle sensazioni, dell'esperienza e della conoscenza. Rimbaud fu una delle figure esemplari, dal punto di vista biografico, di tale inclinazione autodistruttiva: morì infatti a soli 37 anni dopo una vita irrequieta e sregolata. Nella scrittura tali caratteri, sostenuti da una poetica della quintessenza e della veggenza, dei sensi e dell'illuminazione, hanno conseguenze sia tematiche sia formali. La parola poetica viene caricata di un potere magico, straniante e incantatorio, sia che essa rappresenti una separazione dal mondo, sia che voglia costruire un mondo. Si cerca una sua musicalità interna, moderando artifici meccanici come la rima e i parisillabi; si amano le sfumature, più che i colori, poiché solo la sfumatura, come dice Verlaine in Arte poetica (1874), "fidanza / il sogno al sogno". Si valorizza la figura del poeta che diventa veggente, in grado di penetrare una verità oscura e infinita. Si cerca un rapporto con il mondo puramente sensuale, non più mediato dalla ragione, che si esprime in una fusione "di sogno e precisione".

In questa direzione si era mosso Paul Verlaine già a partire dalla sua prima raccolta del 1866, Poèmes saturniens (= "Poesie saturnine"), ispirata a Baudelaire. Verlaine definisce i suoi versi al tempo stesso "già vecchi" e "già musicali", cioè preludio del Simbolismo. La sua poesia influenzerà diversi poeti, da M. Maeterlinck a F. Jammes. Anche D'Annunzio deve molto al sensualismo al tempo stesso religioso ed epidermico, tra Saffo e Santa Teresa, di Verlaine. L'influenza di Rimbaud sarà anche più vasta, per la radicalità con cui il poeta disgregherà le impalcature sintattiche della lingua, i legami logici e cronologici, le tradizionali modalità della narrazione e della descrizione, fino ad essere preso come modello anche dai movimenti d'avanguardia. Del 1886 è il Manifesto del Simbolismo, pubblicato sul "Figaro" da Jean Moréas, da cui nasce ufficialmente una poetica che eredita e raccoglie alcuni degli assunti fondamentali che si erano andati precisando negli anni precedenti. Essa, nelle sue differenti sfumature e nelle reazioni suscitate, dominerà il periodo a cavallo fra i due secoli e influenzerà in larga misura la poesia del Novecento.

Le rose erano tutte rosse
e l’edera tutta nera.

Cara, ti muovi appena
e rinascono le mie angosce.

Il cielo era troppo azzurro
troppo tenero, e il mare

troppo verde, e l’aria
troppo dolce. Io sempre temo

- e me lo debbo aspettare!
qualche vostra fuga atroce.

Dell’agrifoglio sono stanco
dalle foglie laccate,

del lustro bosso e dei campi
sterminati, e poi

di ogni cosa, ahimé!
fuorché di voi.

(Spleen di Paul Verlaine)

sabato, ottobre 25, 2014

Gabriele D’Annunzio - La pioggia nel pineto


La pioggia nel pineto - forse uno dei testi dannunziani più celebri e noti - viene scritta con ogni probabilità nel luglio-agosto del 1902, quando Gabriele D’Annunzio e la compagna Eleonora Duse soggiornavano alla “Versiliana”, villa signorile presso Marina di Pietrasanta (Lucca), tra Forte dei Marmi e Viareggio. La spiaggia e la pineta che fanno da scenario al canto dannunziano dovrebbero essere quelle di Marina di Pisa, ad una cinquantina di chilometri dalla “Versiliana”.

Strofe di lunghezza variabile, che mescolano versi di misure molto diverse (si va dal ternario al settenario, dal quinario al senario e all’ottonario, fino al novenario; alcune coppie di versi ricompongono poi la misura dell’endecasillabo), tutte chiuse dal nome di “Ermione”. Le rime sono sparse, e spesso sostituite dall’assonanza. Praticamente costante il ricorso all’enjambement che, come anche nella Sera fiesolana, serve a distendere il discorso e il ritmo su più versi. 

Siamo sul litorale versiliese, nella pineta di fronte al mare. Durante una passeggiata, il poeta e la sua compagna, Ermione, sono sorpresi da un temporale estivo. Prima lui e poi entrambi si tendono ad ascoltare la pioggia, fino ad abbandonarsi internamente alle voci della natura: un canto di cicale, il gracidare delle rane, sotto lo scroscio sempre più intenso. Ebbri di pioggia, i due amanti si compenetrano con la vita vegetale, risvegliata intorno a loro dal temporale estivo.
Da questo esile spunto narrativo di partenza D'Annunzio ha costruito il suo invito ad ascoltare, ad assaporare fino in fondo il grande canto della natura: una voce interpretata e immortalata dalla parola poetica, la favola bella che ieri m'illuse che oggi t'illude , o Ermione.

Due sono i motivi conduttori del testo.
Il primo è il motivo panico e antropomorfico, ovvero la graduale assimilazione del poeta e della sua compagna nella fresca e rigogliosa vita vegetale, che avviluppa i loro corpi e il loro essere. Siamo davanti a una delle tipiche metamorfosi cantate in Alcyone. Essa comporta sì un passaggio, un mutamento di condizione, ma nel senso che l'individuo si reifica (diviene cosa), mentre la natura si antropomorfizza (si umanizza). Non c'è dunque superamento in senso verticale, come invece accadeva ad alcuni esseri, uomini o animali, celebrati dall'antico poeta Ovidio nelle Metamorfosi che venivano associati in cielo agli dei.
L'altro è il motivo dell'amore. Sotto la pioggia battente si svolge infatti un gioco incessante di fughe e lontananze, di ritorni e abbandoni: i due innamorati si cercano, si lasciano, s'inseguono, senza sosta. La libertà di questo gioco è la stessa del cadere fitto delle gocce nella pineta. Perciò il componimento non è solo un gioco di musica o un quadro di metamorfosi; è una danza o una fuga sul tema dell'amore gioco, sull'amore illusione, che appare e svanisce senza fine e che aspira al totale compenetrarsi dei due amanti, senza raggiungerlo mai.
 Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani

ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.

venerdì, ottobre 24, 2014

Baudelaire: il signore della Decadenza

“E' il Diavolo a tirare i nostri fili!
Dai più schifosi oggetti siamo attratti;
e ogni giorno nell'Inferno ci addentriamo d'un passo,
tranquilli attraversando miasmi e buio.” (da Al lettore)

E' la Decadenza che attraversa il tempo in cui vive Charles Baudelaire, quel senso di impotenza nei confronti di ciò che accade all'esterno, nel mondo, nella società in cui si vive, che corre frenetica verso il progresso. E' quell'angoscia che l'uomo avverte dentro di sé, o quel demone che mangia la sua anima, è il senso di pessimismo nei confronti di una civiltà sviluppata, è l'impossibilità di reagire a tutto questo.
Quella Noia (Spleen) che lentamente consuma il mondo, lo soffoca, fino a far dimenticare perché l'uomo sia uomo, perché il poeta sia poeta. Baudelaire vive in un'epoca, la seconda metà dell'Ottocento, in cui l'artista ha perso la sua identità e il suo ruolo all'interno della società, e si sente simile a un pagliaccio, a una ballerina, o a una prostituta; è un albatro che vola alto nel cielo ma è “esule in terra fra gli scherni”, non può planare sul mondo perché questo ride di lui, lo dipinge di ridicolo, lo emargina.
Sperimenta gli abissi del male da cui vorrebbe risalire ma non può.
“Com'è fiacco e sinistro il viaggiatore alato!
E' comico e brutto, lui prima così bello!
Chi gli mette una pipa sotto il becco,
chi imita, zoppicando, lo storpio che volava!

Il Poeta è come lui, principe delle nubi
che sta con l'uragano e ride degli arcieri;
esule in terra fra gli scherni, impediscono
che cammini le sue ali da gigante.” (da L'albatro)

Tutto questo è presente nella sua più grande raccolta Les fleurs du mal (1857), dove Spleen e Ideale sono in perenne tensione, in una lotta che non concilia più ciò che è ideale da ciò che è reale e inesorabilmente lascia che si cadi nel tedio dell'esistenza.
Baudelaire vede se stesso come un poeta anonimo, un poeta che ha perduto la sua aureola (poemetto Perdita d'Aureola) ma ne è felice: è la consapevolezza di tale perdita che determina la modernità e la qualità della poesia.
In un susseguirsi di prosa e poesia, di comico e sublime, Charles Baudelaire crea l'arte della dissonanza, un processo nuovo e moderno. Lui che è il padre della poesia definita tale.

Tuttavia la specificità della poesia stessa fu ricercata non sono nel linguaggio ma anche nel campo più vasto e comprensivo dell'immaginazione.
“Solo l'immaginazione”, egli scrisse, “contiene la poesia.”
Solo l'immaginazione del poeta può infatti ordinare la natura, può riunire in un'unica armoniosa percezione intellettuale quell'universo che i nostri sensi percepiscono come incoerente e contraddittorio.
“Io voglio illuminare le cose con il mio spirito e proiettarne il riflesso sugli altri spiriti.” Baudelaire è colui che traduce i “simboli” del mondo e “le corrispondenze” della natura, i sottili misteriosi legami attraverso i quali “i profumi, i colori e i suoni si rispondono”. (da Corrispondenze)

Così Modernità e Decadenza si stringono la mano. Così Charles Baudelaire rende viva la realtà in cui l'uomo è perso.
“Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali
a lungo, lentamente nel mio cuore: Speranza
piange disfatta e Angoscia, dispotica e sinistra,

va a piantarmi sul cranio la sua bandiera nera.” (da Spleen)

giovedì, ottobre 23, 2014

Baustelle, Amen

All’interno del disco, nel libricino in dotazione, tra i ringraziamenti  e le brevi digressioni c’è anche questa frase: "Questo disco va suonato a volume molto alto e, se possibile, non va usato come sottofondo". Quando la lessi per la prima volta mi incuriosì non poco. Pensavo fosse una loro espressione a effetto per invitare l’ascoltatore a prestare attenzione ai loro testi, perdesi nella psicheledia delle note. Altre volte pensavo invece che fosse semplicemente un’uscita campata lì come trovata pubblicitaria.
Il tutto, fino a una notte ben precisa. Lasciamo perdere cosa avvenne prima, basta sapere che a un certo punto di questa fatidica notte rientrai in casa. Fu uno di quei rientri in cui anche se avessi accesso un faro da stadio, non avrei potuto evitare di urtare in ordine: mobili, soprammobili, stipiti delle porte, angoli sconosciuti della casa. Oltre ai problemi di equilibrio, si aggiunse ben presto quello strano senso di malessere che può aver provato chiunque si sia mai trovato in una piccola barchetta in mezzo ad una tempesta atlantica, oppure semplicemente per aver indugiato troppo con pseudo amici etilici. Scansai quindi l’ipotesi immediata del letto per paura di alimentare queste sensazioni.
Bhè, sta di fatto che attaccai la musica, per farmi compagnia. Il volume credo fosse alto. Molto alto. Le cuffie sputavano fuori l’album dei Baustelle, Amen. E per la prima volta capii fino in fondo il loro consiglio, stampato ben visibile. Sono sopravvissuto a quella notte grazie ai testi e alla musica, ai mille strati di ascolto che mi proponeva, come uno spettatore pagante davanti alle molteplici opere di un museo, concentrato solo su di loro. 
Amen rappresenta il quarto album della band toscana. Il secondo con una major. Per gli integralisti indi-rock sancisce la definitiva uscita dal quel sottobosco musicale fatto di eroi silenziosi, ma per il grande pubblico è la consacrazione.
Ho sempre trovato in questo album una sorta di equilibrio tra i testi e la musica. Non c’è mai un tentativo di una delle parti di prevaricare l’altra. E questo mi tranquilliza sempre. Possiamo intenderlo come un evoluzione dei precedenti lavori - è vero -, tanto da ritrovare arraggiamenti simili e schemi narrativi ripercorribili tra i vari album. Forte però è il profumo della lirica di Battiato e dei Bluvertigo, giusto per citarne due, ma sarebbero molteplici le citazioni degne di nota. C’è chi si è spinto fino alla critica più aspra, riducendo questo lavoro a una mera imitazione di artisti più completi e affermati. Per quel che mi riguarda ho sempre trovato spunti di originalità in ogni scelta, soprattuto dei testi, ed è per questo che continuo nell’ascolto esattamente come quella notte. 
In tutto l’album troviamo un’attenzione spasmodica alle dinamiche della società contemporanea. Dal romanticismo di L, alla critica sociale di Colombo. E’ un continuo alternarsi di apatia, fallimenti e inquietudine da una parte, e riscatto, vie di uscita dall’altra. Esattamente come di critica e speranza.
In Baudelaire per intenderci, forte è il richiamo al concetto di vita-morte, attraverso lo stesso esempio del poeta decadente che ci presta il nome per intitolare il pezzo, e altri esponenti, da Socrate a Tenco, tutti morti per noi, per ribadire la ricerca della vera sopravvivenza e la salvezza nello scrivere.
Il singolo più celebrato è forse “Charlie fa surf”. In merito a questo pezzo il suo autore, Bianconi, disse: l’ho scritto dopo una visita al Museo di Arte Contemporanea di Rivoli dove ho visto un'istallazione: ‘Charlie Don’t Surf’ di Maurizio Catelan”. A sua volta quest’opera è liberamente tratta (come direbbero quelli bravi nel commentare) dalla omonima canzone dei Clash. Troviamo in questo pezzo tutta la foga della ribellione di un ragazzo che soffre, ribellione contro valori di una società che non lo rappresenta, della religione e della famiglia. E’ al tempo stesso un inno decadente e una richiesta di aiuto.

Ora mollate qualsiasi cosa in cui eravate impegnati, alzate il volume al massimo e buon ascolto!

Petronio, elegantiae arbiter


Per quanto riguarda la vita di Petronio non abbiamo fonti certe, ma possiamo ricavare una biografia, e dedurne il suo carattere, dalle descrizioni fatte da Tacito negli Annales, e da Des Esseintes in Huysmans di Joris Karl Huysmans, nel quale Petronio viene considerato il primo "dandy" della storia.

Tacito ci racconta cose curiose sulla vita di Petronio, il quale dormiva di giorno e lavorava di notte, era un raffinato uomo di mondo a differenza dei suoi contemporanei, e viveva liberamente non curandosi delle sue azioni. Petronio non rinunciava mai ai suoi vizi, ed era così elegante che Nerone considerava di classe solo ciò che faceva lui.
Fu coinvolto in una congiura da uno schiavo che lo denunziò, per screditarlo agli occhi di Nerone.
Anche gli aneddoti legati alla sua morte sono molto bizzarri, infatti durante il suo suicidio si fece chiudere e riaprire le vene più volte, si fece leggere testi licenziosi, e raccontò aneddoti che avrebbero potuto screditare Nerone.

Des Esseintes ci dice a riguardo di Petronio che era acuto osservatore e fine analista. Attraverso le sue opere mostrava la sua grandezza, rendendo noti i suoi scandali e costumi.
Era un realista, e riusciva a rendere il tutto così perfetto e reale senza però mai lasciarsi andare ad un commento.

Oltre a questi autori che hanno riscritto, interpretato e tramandato la vita di Petronio anche altri autori e filosofi hanno descritto e/o espresso un loro giudizio su questo misterioso uomo, tra queste fonti possiamo ritrovare Nietzsche, Auerbach e Canali.
Dopo un confronto tra quanto scritto da questi tre grandi scrittori, e le altre fonti, possiamo ricavare un ritratto di Petronio molto vicino a quello di un dandy.
Petronio con il suo stile di vita, e con il suo modo di fare, anticipa di molti secoli questa figura, che sarà una delle più importanti a partire dalla seconda metà del XIX secolo, fino al XX secolo.
Analizzando a fondo la sua opera e mettendola in relazione con le ricostruzioni, possiamo notare che Petronio, come il classico dandy, ricalca nella sua opera la corruzione e la decadenza della società, mentre come persona riflette i canoni dell'estetismo.

martedì, ottobre 21, 2014

The Dark Side of the Moon. Don't be afraid to care.

“and everything under the sun is in tune
 but the sun is eclipsed by the moon”


The Dark Side of the Moon (1973) è l’ottavo album in studio dei Pink Floyd.
The Dark Side of the Moon è un concept album su tutto ciò che può distruggere, deteriorare la mente di un uomo, su tutto ciò che porta alla follia.
The Dark Side of the Moon è un meraviglioso inno alla decadenza.
The Dark Side of the Moon è storia.

Il disco nacque da un’idea e una volontà comune di tutti e quattro i membri del gruppo (Gilmour, Mason, Waters e Wright), cioè quella di dar vita a un’espressione politica, filosofica e umanitaria che sentivano il bisogno di comunicare, ispirandosi e riferendosi in modo molto (forse anche troppo) diretto ai problemi di mente del loro vecchio amico, fondatore ed ex- componente dei Pink Floyd Syd Barrett, esplorando quindi la psicologia umana e cantando la decadenza in ogni brano del cd. The Dark Side of the Moon, oltre ad essere un’opera provocatoria e “troppo sincera”, racchiude dei suoni e delle musiche del tutto nuove per quel tempo. I Pink Floyd, dopo aver abbandonato insieme al giovane Syd anche la vena psichedelica che li distingueva, si dedicano a suoni più materiali, più “terreni”, che rendano l’idea di quello che stanno cantando, l’atmosfera spaziale dei precedenti album lascia spazio a musiche più concrete e concettuali e i loro testi, pur rimanendo sempre coerenti al loro stile, diventano più diretti, più ironici e amari.

L’album si apre con Speak to me, con dei battiti cardiaci, diventano sempre più forti e veloci, piano piano si aggiungono altri suoni che si sovrappongono ritmicamente, c’è il rumore di un registratore di cassa che poi ritroveremo in Money, in un secondo momento parte la base, una risata potente e sempre uguale e in sottofondo alcune voci, sono degli amici della band che, intervistati da Mason, parlano della pazzia.
«I've always been mad. I know I've been mad, like the most of us are. Very hard to explain why you're mad, even if you're not mad»....
Parte all’improvviso Breathe, un’intro che è diventata leggenda, mette i brividi, un invito a respirare, a fermarsi ogni tanto per scegliere la propria vita, per non farsi sopraffare dalla frenesia del mondo. Una lunga spirale di suoni fortissimi, inquietanti, un aereo che si allontana e si avvicina a ripetizione, delle esplosioni in lontananza. Il brano ha una seconda parte, cioè il quinto pezzo del disco: Breathe Reprise.

Sulla stessa lunghezza d’onda è il terzo pezzo: Time. Orologi, campane, sveglie, ticchettio di lancette, una triste e rassegnata riflessione sul passare del tempo, un altro invito, questa volta a non sprecare neanche un giorno della nostra vita. La voce di Gilmour arriva ad una intensità splendida, occhi chiusi ed espressione concentrata, continua il suo racconto… “The sun is the same in the relative way, but you’re older”.
E’ la volta di Money, chi non la conosce? Sassofono che scandisce il ritmo del brano, lunghe parti strumentali come sempre, si alternano velocità e lentezza. “« Money get back / I'm all right, Jack / Keep your hands off my stack / New car / Caviar / Four star daydream / Think I'll buy me a football team. ». Un altro motivo di decadenza, questa volta quasi “banale”, come dice Roger Waters: i soldi.
Dopo Any colour you like arriva finalmente Us and them, il pezzo secondo me più bello e vi prego, ascoltatelo con il testo davanti agli occhi. Una poesia stranamente, insolitamente dolce per i Pink Floyd, uno sguardo sulla peggior decadenza che possa esserci: la guerra, il campo di battaglia visto dagli occhi di un soldato. Non voglio spendere molte parole su questa canzone, ogni cosa sarebbe superflua. Chiudete solo gli occhi, fatevi trasportare dalla voce di David che a un certo punto sembra incrinarsi, dal pianoforte e dall’ immancabile sassofono che suona melodie di altri mondi.
“Us and them/And after all we’re only ordinary men”...  

E dopo Brain damage riferita chiaramente alla decadenza di Syd Barrett, parte la maestosa Eclipse, un canto dedicato alla morte, pochi secondi, l’immagine del sole oscurato dalla luna. Di nuovo dei battiti.

"And if the cloud bursts, thunder in your ear 
You shout and no one seems to hear 
And if the band you're in starts playing differents tunes 
I'll see you on the dark side of the moon."

venerdì, ottobre 17, 2014

Oscar Wilde. Tutta l’arte è completamente inutile


L'arte può avere varie interpretazioni, e le ha avute nel corso dei secoli. 
Una definizione d'arte di artista che mi ha particolarmente colpito è quella data da Oscar Wilde nella prefazione del suo romanzo più noto, "Il ritratto di Dorian Gray". 
Wilde premette al romanzo una serie di affermazioni spiazzanti e provocatorie, con le quali intende abbattere i luoghi comuni del pensiero borghese sull’arte e l’artista.

L'artista è il creatore di cose belle.
Rivelare l'arte e nascondere l'artista è il fine dell'arte.
Il critico è colui che può tradurre in diversa forma o in nuova sostanza la sua impressione delle cose belle.
Tanto le più elevate quanto le più infime forme di critica sono una sorta di autobiografia.
Coloro che scorgono brutti significati nelle cose belle sono corrotti senza essere affascinanti. Questo è un errore.
Coloro che scorgono bei significati nelle cose belle sono le persone colte. Per loro c'è speranza.
Essi sono gli eletti: per loro le cose belle significano solo bellezza.
Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Questo è tutto.
L'avversione del diciannovesimo secolo per il realismo è la rabbia di Calibano che vede il proprio volto riflesso nello specchio.
L'avversione del diciannovesimo secolo per il romanticismo è la rabbia di Calibano che non vede il proprio volto riflesso nello specchio.
La vita morale dell'uomo è parte della materia dell'artista, ma la moralità dell'arte consiste nell'uso perfetto di un mezzo imperfetto. L'artista non desidera dimostrare nulla. Persino le cose vere possono essere dimostrate.
Nessun artista ha intenti morali. In un artista un intento morale è un imperdonabile manierismo stilistico.
Nessun artista è mai morboso. L'artista può esprimere qualsiasi cosa.
Il pensiero e il linguaggio sono per un artista strumenti di un'arte.
Il vizio e la virtù sono per un artista materiali di un'arte.
Dal punto di vista formale il modello di tutte le arti è l'arte del musicista. Dal punto di vista del sentimento il modello è l'arte dell'attore.
Ogni arte è insieme superficie e simbolo.
Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio.
L'arte rispecchia lo spettatore, non la vita.
La diversità di opinioni intorno a un'opera d'arte dimostra che l'opera è nuova, complessa e vitale.
Possiamo perdonare a un uomo l'aver fatto una cosa utile se non l'ammira. L'unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente.
Tutta l'arte è completamente inutile.
 
Risalta, in primo luogo, il culto della bellezza e della forma, considerati come valori fini a se stessi. L'arte non ha alcuno scopo educativo e morale; i vizi e le virtù sono una semplice «materia dell'arte», ma non hanno nulla a che vedere con il significato estetico dell'opera. In questo senso la vera «arte è perfettamente inutile». Di qui la definizione tautologica secondo cui «la cosa bella significa soltanto bellezza»; solo gli «eletti» possono capirla ed apprezzarla, costituendo quindi il pubblico ristretto, particolarmente raffinato e selezionato, al quale si rivolge l'artista decadente.

Rispetto all'opera lo scrittore deve rimanere celato non perché il suo punto di vista coincide con quello oggettivo della scienza (come accadeva nella poetica del romanzo naturalista), ma perché la sua vita, come punto di partenza soggettivo, si risolve completamente, sublimandosi e trasfigurandosi, nella compiutezza della creazione. A queste premesse si ispira il principio decadente dell'arte pura, che vale di per se stessa, acquistando un significato assoluto, al di là di ogni contaminazione con la realtà. Si afferma anche, di conseguenza, un nuovo modo di impostare il rapporto arte-vita, nel senso, indicato ancora da Wilde, secondo cui non è l'arte che imita la vita, ma viceversa.

Il carattere intellettualistico e riflesso di questo tipo di letteratura, che non ha nulla di immediato e spontaneo, presenta non pochi elementi di contatto con l'esercizio della critica letteraria. Il critico è colui che collabora a far sprigionare i significati del testo, contribuendo allo stesso processo creativo che l'arte prolunga al di là di sé; l'interprete coincide con l'esteta, con il dandy raffinato, rientrando in una ristretta cerchia di «spiriti colti».

Ne consegue il rifiuto della tradizione letteraria e delle sue tendenze dominanti, il «romanticismo» e il «realismo», perché dipendenti dalla realtà.