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lunedì, ottobre 27, 2014

Les Poètes Maudits


Ammettetelo, tutti a scuola, specie i più ribelli, amavano parlare dei poeti maledetti, a volte anche non capendo di chi si stesse parlando, solo perchè attratti dal nome, e da questo loro essere drammatici come un adolescente in piena crisi amorosa. Ma in realtà chi sono i poeti maledetti?

La definizione di "poeti maledetti" si deve a un'antologia, curata da Paul Verlaine (1844-1896), intitolata Les poètes maudits (= "I poeti maledetti"), pubblicata nel 1884. L'antologia, che ebbe due edizioni, conteneva testi, tra gli altri, di Stéphane Mallarmé (1842-98), Arthur Rimbaud (1854-91), e Tristan Corbière (1845-75), oltre che dello stesso Verlaine. Sebbene Verlaine negasse qualsiasi carattere unitario e di "scuola" ai poeti inclusi nell'antologia, come anche a quelli a cui egli aveva dedicato una serie di biografie, pubblicate dal 1886 al 1892 con il titolo Les hommes d'aujourd'hui (= "Gli uomini d'oggi"), è indubbio che in un certo ambiente letterario, di cui Verlaine è stato più che altro un catalizzatore involontario, è riconoscibile, tra decadentismo, parnassianesimo, simbolismo e loro coscienza critica, una fucina di irradiamento della poesia moderna.

La stella è pianto rosa al cuore delle tue orecchie,
l'infinito è rotolato bianco dalla tua nuca ai reni
il mare ha imperlato di rosso le tue vermiglie mammelle
e l'Uomo ha sanguinato nero al tuo sovrano fianco.
(Arthur Rimbaud)

La "maledizione", nel suo senso più generalizzabile, consisteva nella separatezza e nella marginalità a cui il poeta, nella nascente società di massa, si sentiva costretto e di cui aveva consapevolezza e, si potrebbe dire, desiderata esperienza. Simile condizione produceva un declassamento, una perdita di ruolo che diventava fattore di ribellione e di riscatto estetico, a volte disperato e estremo, come nella sregolatezza "spontanea" dello stesso Verlaine, a volte lucido e malinconico, come nella denuncia della "perdita d'aureola" operata già da Charles Baudelaire (1821-67) in Le spleen de Paris. Non di rado i poeti maledetti, investendosi di ciò che Baudelaire chiamava la "tendenza essenzialmente demoniaca" dell'arte moderna, erano inclini a mettere in gioco la propria vita intera alla ricerca di una intensificazione, anche attraverso l'uso di alcol e di droghe, delle sensazioni, dell'esperienza e della conoscenza. Rimbaud fu una delle figure esemplari, dal punto di vista biografico, di tale inclinazione autodistruttiva: morì infatti a soli 37 anni dopo una vita irrequieta e sregolata. Nella scrittura tali caratteri, sostenuti da una poetica della quintessenza e della veggenza, dei sensi e dell'illuminazione, hanno conseguenze sia tematiche sia formali. La parola poetica viene caricata di un potere magico, straniante e incantatorio, sia che essa rappresenti una separazione dal mondo, sia che voglia costruire un mondo. Si cerca una sua musicalità interna, moderando artifici meccanici come la rima e i parisillabi; si amano le sfumature, più che i colori, poiché solo la sfumatura, come dice Verlaine in Arte poetica (1874), "fidanza / il sogno al sogno". Si valorizza la figura del poeta che diventa veggente, in grado di penetrare una verità oscura e infinita. Si cerca un rapporto con il mondo puramente sensuale, non più mediato dalla ragione, che si esprime in una fusione "di sogno e precisione".

In questa direzione si era mosso Paul Verlaine già a partire dalla sua prima raccolta del 1866, Poèmes saturniens (= "Poesie saturnine"), ispirata a Baudelaire. Verlaine definisce i suoi versi al tempo stesso "già vecchi" e "già musicali", cioè preludio del Simbolismo. La sua poesia influenzerà diversi poeti, da M. Maeterlinck a F. Jammes. Anche D'Annunzio deve molto al sensualismo al tempo stesso religioso ed epidermico, tra Saffo e Santa Teresa, di Verlaine. L'influenza di Rimbaud sarà anche più vasta, per la radicalità con cui il poeta disgregherà le impalcature sintattiche della lingua, i legami logici e cronologici, le tradizionali modalità della narrazione e della descrizione, fino ad essere preso come modello anche dai movimenti d'avanguardia. Del 1886 è il Manifesto del Simbolismo, pubblicato sul "Figaro" da Jean Moréas, da cui nasce ufficialmente una poetica che eredita e raccoglie alcuni degli assunti fondamentali che si erano andati precisando negli anni precedenti. Essa, nelle sue differenti sfumature e nelle reazioni suscitate, dominerà il periodo a cavallo fra i due secoli e influenzerà in larga misura la poesia del Novecento.

Le rose erano tutte rosse
e l’edera tutta nera.

Cara, ti muovi appena
e rinascono le mie angosce.

Il cielo era troppo azzurro
troppo tenero, e il mare

troppo verde, e l’aria
troppo dolce. Io sempre temo

- e me lo debbo aspettare!
qualche vostra fuga atroce.

Dell’agrifoglio sono stanco
dalle foglie laccate,

del lustro bosso e dei campi
sterminati, e poi

di ogni cosa, ahimé!
fuorché di voi.

(Spleen di Paul Verlaine)

sabato, ottobre 25, 2014

Gabriele D’Annunzio - La pioggia nel pineto


La pioggia nel pineto - forse uno dei testi dannunziani più celebri e noti - viene scritta con ogni probabilità nel luglio-agosto del 1902, quando Gabriele D’Annunzio e la compagna Eleonora Duse soggiornavano alla “Versiliana”, villa signorile presso Marina di Pietrasanta (Lucca), tra Forte dei Marmi e Viareggio. La spiaggia e la pineta che fanno da scenario al canto dannunziano dovrebbero essere quelle di Marina di Pisa, ad una cinquantina di chilometri dalla “Versiliana”.

Strofe di lunghezza variabile, che mescolano versi di misure molto diverse (si va dal ternario al settenario, dal quinario al senario e all’ottonario, fino al novenario; alcune coppie di versi ricompongono poi la misura dell’endecasillabo), tutte chiuse dal nome di “Ermione”. Le rime sono sparse, e spesso sostituite dall’assonanza. Praticamente costante il ricorso all’enjambement che, come anche nella Sera fiesolana, serve a distendere il discorso e il ritmo su più versi. 

Siamo sul litorale versiliese, nella pineta di fronte al mare. Durante una passeggiata, il poeta e la sua compagna, Ermione, sono sorpresi da un temporale estivo. Prima lui e poi entrambi si tendono ad ascoltare la pioggia, fino ad abbandonarsi internamente alle voci della natura: un canto di cicale, il gracidare delle rane, sotto lo scroscio sempre più intenso. Ebbri di pioggia, i due amanti si compenetrano con la vita vegetale, risvegliata intorno a loro dal temporale estivo.
Da questo esile spunto narrativo di partenza D'Annunzio ha costruito il suo invito ad ascoltare, ad assaporare fino in fondo il grande canto della natura: una voce interpretata e immortalata dalla parola poetica, la favola bella che ieri m'illuse che oggi t'illude , o Ermione.

Due sono i motivi conduttori del testo.
Il primo è il motivo panico e antropomorfico, ovvero la graduale assimilazione del poeta e della sua compagna nella fresca e rigogliosa vita vegetale, che avviluppa i loro corpi e il loro essere. Siamo davanti a una delle tipiche metamorfosi cantate in Alcyone. Essa comporta sì un passaggio, un mutamento di condizione, ma nel senso che l'individuo si reifica (diviene cosa), mentre la natura si antropomorfizza (si umanizza). Non c'è dunque superamento in senso verticale, come invece accadeva ad alcuni esseri, uomini o animali, celebrati dall'antico poeta Ovidio nelle Metamorfosi che venivano associati in cielo agli dei.
L'altro è il motivo dell'amore. Sotto la pioggia battente si svolge infatti un gioco incessante di fughe e lontananze, di ritorni e abbandoni: i due innamorati si cercano, si lasciano, s'inseguono, senza sosta. La libertà di questo gioco è la stessa del cadere fitto delle gocce nella pineta. Perciò il componimento non è solo un gioco di musica o un quadro di metamorfosi; è una danza o una fuga sul tema dell'amore gioco, sull'amore illusione, che appare e svanisce senza fine e che aspira al totale compenetrarsi dei due amanti, senza raggiungerlo mai.
 Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani

ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.

venerdì, ottobre 24, 2014

Baudelaire: il signore della Decadenza

“E' il Diavolo a tirare i nostri fili!
Dai più schifosi oggetti siamo attratti;
e ogni giorno nell'Inferno ci addentriamo d'un passo,
tranquilli attraversando miasmi e buio.” (da Al lettore)

E' la Decadenza che attraversa il tempo in cui vive Charles Baudelaire, quel senso di impotenza nei confronti di ciò che accade all'esterno, nel mondo, nella società in cui si vive, che corre frenetica verso il progresso. E' quell'angoscia che l'uomo avverte dentro di sé, o quel demone che mangia la sua anima, è il senso di pessimismo nei confronti di una civiltà sviluppata, è l'impossibilità di reagire a tutto questo.
Quella Noia (Spleen) che lentamente consuma il mondo, lo soffoca, fino a far dimenticare perché l'uomo sia uomo, perché il poeta sia poeta. Baudelaire vive in un'epoca, la seconda metà dell'Ottocento, in cui l'artista ha perso la sua identità e il suo ruolo all'interno della società, e si sente simile a un pagliaccio, a una ballerina, o a una prostituta; è un albatro che vola alto nel cielo ma è “esule in terra fra gli scherni”, non può planare sul mondo perché questo ride di lui, lo dipinge di ridicolo, lo emargina.
Sperimenta gli abissi del male da cui vorrebbe risalire ma non può.
“Com'è fiacco e sinistro il viaggiatore alato!
E' comico e brutto, lui prima così bello!
Chi gli mette una pipa sotto il becco,
chi imita, zoppicando, lo storpio che volava!

Il Poeta è come lui, principe delle nubi
che sta con l'uragano e ride degli arcieri;
esule in terra fra gli scherni, impediscono
che cammini le sue ali da gigante.” (da L'albatro)

Tutto questo è presente nella sua più grande raccolta Les fleurs du mal (1857), dove Spleen e Ideale sono in perenne tensione, in una lotta che non concilia più ciò che è ideale da ciò che è reale e inesorabilmente lascia che si cadi nel tedio dell'esistenza.
Baudelaire vede se stesso come un poeta anonimo, un poeta che ha perduto la sua aureola (poemetto Perdita d'Aureola) ma ne è felice: è la consapevolezza di tale perdita che determina la modernità e la qualità della poesia.
In un susseguirsi di prosa e poesia, di comico e sublime, Charles Baudelaire crea l'arte della dissonanza, un processo nuovo e moderno. Lui che è il padre della poesia definita tale.

Tuttavia la specificità della poesia stessa fu ricercata non sono nel linguaggio ma anche nel campo più vasto e comprensivo dell'immaginazione.
“Solo l'immaginazione”, egli scrisse, “contiene la poesia.”
Solo l'immaginazione del poeta può infatti ordinare la natura, può riunire in un'unica armoniosa percezione intellettuale quell'universo che i nostri sensi percepiscono come incoerente e contraddittorio.
“Io voglio illuminare le cose con il mio spirito e proiettarne il riflesso sugli altri spiriti.” Baudelaire è colui che traduce i “simboli” del mondo e “le corrispondenze” della natura, i sottili misteriosi legami attraverso i quali “i profumi, i colori e i suoni si rispondono”. (da Corrispondenze)

Così Modernità e Decadenza si stringono la mano. Così Charles Baudelaire rende viva la realtà in cui l'uomo è perso.
“Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali
a lungo, lentamente nel mio cuore: Speranza
piange disfatta e Angoscia, dispotica e sinistra,

va a piantarmi sul cranio la sua bandiera nera.” (da Spleen)

venerdì, ottobre 17, 2014

Oscar Wilde. Tutta l’arte è completamente inutile


L'arte può avere varie interpretazioni, e le ha avute nel corso dei secoli. 
Una definizione d'arte di artista che mi ha particolarmente colpito è quella data da Oscar Wilde nella prefazione del suo romanzo più noto, "Il ritratto di Dorian Gray". 
Wilde premette al romanzo una serie di affermazioni spiazzanti e provocatorie, con le quali intende abbattere i luoghi comuni del pensiero borghese sull’arte e l’artista.

L'artista è il creatore di cose belle.
Rivelare l'arte e nascondere l'artista è il fine dell'arte.
Il critico è colui che può tradurre in diversa forma o in nuova sostanza la sua impressione delle cose belle.
Tanto le più elevate quanto le più infime forme di critica sono una sorta di autobiografia.
Coloro che scorgono brutti significati nelle cose belle sono corrotti senza essere affascinanti. Questo è un errore.
Coloro che scorgono bei significati nelle cose belle sono le persone colte. Per loro c'è speranza.
Essi sono gli eletti: per loro le cose belle significano solo bellezza.
Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Questo è tutto.
L'avversione del diciannovesimo secolo per il realismo è la rabbia di Calibano che vede il proprio volto riflesso nello specchio.
L'avversione del diciannovesimo secolo per il romanticismo è la rabbia di Calibano che non vede il proprio volto riflesso nello specchio.
La vita morale dell'uomo è parte della materia dell'artista, ma la moralità dell'arte consiste nell'uso perfetto di un mezzo imperfetto. L'artista non desidera dimostrare nulla. Persino le cose vere possono essere dimostrate.
Nessun artista ha intenti morali. In un artista un intento morale è un imperdonabile manierismo stilistico.
Nessun artista è mai morboso. L'artista può esprimere qualsiasi cosa.
Il pensiero e il linguaggio sono per un artista strumenti di un'arte.
Il vizio e la virtù sono per un artista materiali di un'arte.
Dal punto di vista formale il modello di tutte le arti è l'arte del musicista. Dal punto di vista del sentimento il modello è l'arte dell'attore.
Ogni arte è insieme superficie e simbolo.
Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio.
L'arte rispecchia lo spettatore, non la vita.
La diversità di opinioni intorno a un'opera d'arte dimostra che l'opera è nuova, complessa e vitale.
Possiamo perdonare a un uomo l'aver fatto una cosa utile se non l'ammira. L'unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente.
Tutta l'arte è completamente inutile.
 
Risalta, in primo luogo, il culto della bellezza e della forma, considerati come valori fini a se stessi. L'arte non ha alcuno scopo educativo e morale; i vizi e le virtù sono una semplice «materia dell'arte», ma non hanno nulla a che vedere con il significato estetico dell'opera. In questo senso la vera «arte è perfettamente inutile». Di qui la definizione tautologica secondo cui «la cosa bella significa soltanto bellezza»; solo gli «eletti» possono capirla ed apprezzarla, costituendo quindi il pubblico ristretto, particolarmente raffinato e selezionato, al quale si rivolge l'artista decadente.

Rispetto all'opera lo scrittore deve rimanere celato non perché il suo punto di vista coincide con quello oggettivo della scienza (come accadeva nella poetica del romanzo naturalista), ma perché la sua vita, come punto di partenza soggettivo, si risolve completamente, sublimandosi e trasfigurandosi, nella compiutezza della creazione. A queste premesse si ispira il principio decadente dell'arte pura, che vale di per se stessa, acquistando un significato assoluto, al di là di ogni contaminazione con la realtà. Si afferma anche, di conseguenza, un nuovo modo di impostare il rapporto arte-vita, nel senso, indicato ancora da Wilde, secondo cui non è l'arte che imita la vita, ma viceversa.

Il carattere intellettualistico e riflesso di questo tipo di letteratura, che non ha nulla di immediato e spontaneo, presenta non pochi elementi di contatto con l'esercizio della critica letteraria. Il critico è colui che collabora a far sprigionare i significati del testo, contribuendo allo stesso processo creativo che l'arte prolunga al di là di sé; l'interprete coincide con l'esteta, con il dandy raffinato, rientrando in una ristretta cerchia di «spiriti colti».

Ne consegue il rifiuto della tradizione letteraria e delle sue tendenze dominanti, il «romanticismo» e il «realismo», perché dipendenti dalla realtà.

lunedì, ottobre 13, 2014

Hemingway, scrittore decadente?

Quando mi sono accorto che il nostro atteggiamento prudente di questo mese svoltava verso la decadenza, un occhio oltre oceano, lo devo confessare, l’ho buttato. Il punto interrogativo che di conseguenza è rimbalzato tra i miei neuroni, come una piccola pallina da ping pong, l’ho posto dopo la frase quale scrittore americano, potesse rientrare in questa definizione.
Chiaramente non esistono esponenti americani ascrivibili alla corrente degli scrittori decadenti tout court. All’epoca di Baudelaire e Verlaine, altro impegnava artisti in generale e scrittori in particolare, negli States.
Pur vera la prima, mi sono mosso però verso una seconda affermazione. Utile alla ricerca di questo mese (la portata dell’utilità, in questo caso, è inversamente proporzionale all’appeal che ne deriva) è stato il ritorno a galla del ricordo delle lezioni della mia vecchia professoressa di lettere del liceo, la quale, mi pare di ricordare, pronunciò al riguardo una frase che poteva suonare più o meno così: l’assunto decadente varca i confini del genere letterario, per andare ad abbracciare un modo di pensare, di sentire. Anche se il termine decadenza, vive già di vita propria, il movimento artistico dell’Europa che scavalca il nuovo secolo, lo carica di colori più accesi, di suoni più vividi.
Con chi allora, vagando coast to coast, ho trovato questo modo di pensare? Una vocina in fondo alla testa, continua a suggerirmi il nome di Ernest Hemingway. La parola scritta di Hemingway rientra però nell’esasperata esaltazione dell’individuo, nella critica alla società sua contemporanea? Possiamo rintracciare in lui un tormentoso senso di solitudine e una riscoperta della vita interiore?

Nel suo romanzo Across the River, in cui la trama presenta le intricate vicende di un colonnello americano, il quale alla fine della fiera ci lascia le penne, è da leggersi secondo me sotto un altro punto di vista. E’ la storia di un uomo che non fa altro che morire, in tutte le pagine del libro. Si sente quasi il rumore del suo disgregarsi verso la tomba ogni volta che apre bocca, ogni volta che muove un muscolo. Quando ho avuto modo di leggerlo, mi ha vinto la medesima strana sensazione di quando mi accorsi dei tre doni (oro-incenso-mirra) che altrettanti importanti personaggi di un tempo portarono a un pargoletto appena venuto al mondo.
Con Il vecchio e il mare, possiamo sicuramente parlare di un classico ritratto decadente. Raccontando del vecchio Santiago, della sua barca, della sua umile abitazione, è come se Hemingway volesse tracciare un ritratto in bianco e nero – a china se volete – giocando con le ombre della solitudine, della durezza della vita e dello scontro con le forze naturali.
In Addio alle armi, anche all'apice del suo raccontare, nel momento in cui si rivelano i sentimenti dei due protagonisti, la pioggia non abbandona mai il dispiegarsi delle loro emozioni, inquadrando la scena nella desolazione di un mondo grigio e acquoso.
Attraverso la sua prosa, asciutta e incalzante, per quel che ho potuto constatare nelle mie letture, Hemingway riesce a filtrare molti dei temi decadenti, tanto da sconfinare in una ricerca spasmodica della realtà, e diventare quindi così caro al neorealismo italiano. Attraverso invece la sua stessa vita, penso ad esempio all’esperienza della guerra, della caccia e della corrida, riesce nell’intento di creare una sorta di mito di se stesso, avvicinandolo così al nostro D’Annunzio e alla versione italiana del sentire decadente. Fino ad arrivare poi al culmine della sua vita e del suo mal di vivere, a cui pone fine concentrando tutto il coraggio rimasto in un grilletto.

Alberto Moravia (scusate la digressione, ma quando mi sento in dubbio, rivolgo sempre la mia attenzione ai grandi maestri) spesso gli attribuisce uno stile decadente, ma i suoi rifermenti assumono perlopiù giudizi negativi: tende a sottolineare con maggior rilievo l’accezione negativa del termine. Parlando ad esempio di Per chi suona la campana, arriva a dire che il decadentismo e la mancanza di idee dello scrittore americano, si rivelano spesso in episodi e in personaggi del tutto convenzionali (L'uomo come fine, Alberto Moravia).
Al netto di tutta questa mia istantanea ricerca, credo che le parole di un suo amico, nonché padre della nostra cultura, possano chiudere il cerchio. Elio Vittorino scriveva: La decadenza [...] ha ancora oggi un compito rivoluzionario rispetto alle condizioni culturali terribilmente arretrate [...]. Hemingway può essere un uomo della decadenza, e allo stesso tempo essere, come io trovo che sia, scrittore rivoluzionario. (Rivista Politecnico, Settembre-Dicembre, 1946. Pp. 53-54.)

domenica, ottobre 12, 2014

Gli anni del decadentismo: quando il "pallore" andava di moda


"Io non discuto mai le azioni, discuto solo le parole. È meglio essere belli che essere buoni." - dal libro IL RITRATTO DI DORIAN GREY (Oscar Wilde)

La bellezza si sa, è la virtù che ogni donna insegue da sempre. Essere belli è sempre stato un chiodo fisso, da che mondo è mondo, perchè come appariamo è il nostro "benvenuto" nel mondo, nella società. Anche oggi, essere belli batte essere sani e apparire conta più che essere. Ma se oggi possiamo scegliere se indossare una minigonna piuttosto che un paio di jeans lo dobbiamo alle donne del passato, a quelle che prima di noi hanno indossato bustini super stringenti per avere una vita a "vespa" per poi passare a gonne meno ampie e più corte che mostravano le calze prima rigorosamente dai toni scuri e poi sempre più vistose con ricami appariscenti.
Il decadentismo va di pari passo con l'estestismo e in quegli anni mentre la borghesia diventa sempre più imperialistica e lo Stato interviene nell'economia con una politica protezionistica, il trucco è prerogativa di attori e di donne di facili costumi. Resta buona consuetudine non esporsi al sole, passeggiare per strada con ombrellini parasole, cappelli grandi e larghi, e lunghi guanti per avere la pelle rigorosamente pallida.


Usanza che viene del tutto abbandonata grazie alla più nota icona di moda e bellezza, Coco Chanel, che prende spunto per le sue creazioni dal popolo che la circonda, e spinge le donne a far sì che il sole colori la propria pelle.
Il pallore infatti era simbolo di ricchezza, significava che la donna pallida era una donna che non doveva lavorare.
L'ombretto non era assolutamente utilizzato, ma spesso, per definire l'occhio, applicavano l'eyeliner realizzato bruciando un tappo di sughero e stendendolo con un pennello bagnato.
Difficilmente in commercio era possibile reperire il blush/fard e le donne, per dare un tocco di colore e di salute al loro pallore, di nascosto, pizzicavano le guance o si schiaffeggiavano. I rossetti, invece, erano realizzati con cera d'api e fiori schiacciati, ma per avere delle labbra più rosse e gonfie, tutte erano solite mordicchiarsele.
Il trucco quindi non c'era, e la naturalezza del viso delle donne di alta borghesia andava in contrasto con le appariscenze delle donne di strada.
E' solo verso gli inizi del 1900 che nasce il primo fondotinta firmato Max Factor, quindi il pallore lascia spazio al colore e avere un viso assolato non risulta più essere la firma di una donna facile, ma di una donna in salute. E negli anni a seguire, sempre più trucchi e prodotti di bellezza vengono messi in commercio e con il cambiamento del concetto di bellezza, cambia anche il ruolo della donna. Cambia il suo look, dicendo addio ai terribili corsetti, ai guanti, alle gonne lunghe e ampie. Cambia il taglio di capelli, non più arricciato ma che si spinge verso il corto.
Quello che con il tempo non cambia mai, è l'affannarsi a essere sempre alla moda, perfetti, come il tempo che viviamo ci impone.
Gettando un occhi al passato, è facile capire che i costumi mutano, ma il senso di apparire in un modo piuttosto che in un altro è sempre vivo e costante.

mercoledì, ottobre 01, 2014

Editoriale - Ottobre 2014

Jove decadent, dipinto di Ramon Casas (1899)
decadènza s. f. [der. di decadere, sull’esempio del fr. décadence]. –  Il decadere; progressiva diminuzione di prosperità, floridezza, forza, autorità e sim., in una persona (soprattutto con riguardo al valore artistico o alle facoltà creative), in un popolo, in un’istituzione, in una civiltà, ecc.
Questa volta ho pensato di partire dalla definizione del tema del mese, per avvicinare ai lettori un qualcosa che sembra aulico e lontano. La decadenza non è solo un termine giuridico, non è solo la base del Decadentismo, è anche qualcosa di tangibile e rintracciabile nella società di oggi.
Sembra un qualcosa di non attuale, ma il compito di chi scrive è anche quello di concretizzare qualcosa che sembra astratto, qualcosa che apparentemente non ci appartiene.
E per un attimo è sembrato anche a noi di Prudence di vivere un attimo di decadenza, come se tutto non avesse più senso, ci eravamo persi nella notte della confusione, e il vero senso del magazine sembrava smarrito.
Si, una vera decadenza delle intenzioni, ma ci siamo rialzati, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo ricominciato. E per questo, tutto quello che vedrete da oggi in poi su Prudence sarà nuovo, sarà diverso, sarà intenso.
Dopo la pioggia viene il sereno, e dopo la decadenza viene la ricostruzione.