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mercoledì, febbraio 21, 2018

SEI UN MITO: perché certi fenomeni non torneranno più.


Siamo negli anni '90, il mondo è invaso dal pop, dalle radio alle tv, e personaggi come Madonna, le Spice Girls e le boyband hanno il dominio sul mondo. Sì, sul mondo, non solo sulla musica, perché gli anni '80 ci avevano già insegnato con la stessa Madonna, Michael Jackson e tanti fenomini più o meno duraturi che i veri divi idolatrati non erano più le star di Hollywood, ma i cantanti.
La musica era diventata finalmente il mezzo per permettere ai più giovani di esprimere il loro pensiero, per parlare di argomenti che loro stanno a cuore, per ribellarsi, e per far si che temi come amore, sesso, droga, solitudine e depressione non fossero più un tabù.
Nascevano così i veri e propri miti, quelli idolatrati dai teenager, ma capaci alla fine di estendere il loro potere a ogni generazione, come negli anni '60 era avvenuto già con i Beatles e Elvis.


Sì, perché sono la band inglese e il ciuffo più emulato di sempre i precursori di questo fenomeno, in tempi non sospetti, quando i ragazzi cominciavano ad avere una identità propria, cosa che avrebbe portato di li a poco al '68 e le rivolte giovanili.
Nascono così la Beatles-Mania e l'adorazione per Elvis, inizialmente solo tra un pubblico femminile e molto giovane, per poi rendere questi due mostri sacri della musica icone indiscusse di una intera generazione (e non solo!).
Ma i Beatles si sciolgono, Elvis e John Lennon ci lasciano, e nonostante il culto per loro resta intatto (se non accresciuto) ancora oggi, i nuovi giovani anno bisogno di nuovi idoli.


Michael Jackson, prima baby star nei Jackson 5, poi re del pop da solo, diventa forse il primo vero idolo mondiale afro americano (motivo per cui i suoi cambiamenti fisici successivi hanno creato tanto scalpore), portando così un più ampio respiro nel pubblico, specie di colore, mostrando loro che tutti possono arrivare così in alto (come poi farà Beyoncé, dando potere alle donne di colore nella musica come poche avevano fatto prima di lei).
Manca ancora però qualcosa, e la società, i giovani, ne hanno bisogno: una donna in vetta.
Non siamo qui per sottovalutare l'importanza di personaggi come Etta James, o Donna Summer, o l'unica donna ad avere una hit #1 in ogni decennio dagli anni '60 ad oggi, ovvero Cher, ma una donna che comandasse tutto il mondo, non solo quello della musica, e che rivoluzionasse il modo di comunicare doveva ancora arrivare.


E così gli anni '80 plasmano la figura più complessa, amata, odiata, discussa, articolata, geniale, provocatoria, furba che la storia della musica abbia mai avuto: Madonna.
La si può amare o odiare, la potete trovare geniale o insopportabile, ma Madonna è l'unica icona della musica che ha stravolto TUTTO, perché chi è seguito ha solo trovato la strada già spianata (da Katy Perry a Lady Gaga, passando per tutte le altre, il gioco era giustamente iniziato già 30anni prima).
Madonna è riuscita a conciliare la figura quasi angelica (provocatoriamente parlando) di Marilyn, una delle sue fonti maggiori di ispirazione, omaggiata durante tutta la carriera, con qualcosa che ancora mancava: la donna che abbatte le leggi maschiliste del mondo della musica e della comunicazione.
Potremmo parlarne per ore, ma è giusto arrivare ora agli anni '90, il culmine e la parentesi finale della creazione di questi miti (tutti idolatrati ancora oggi ancora più di prima).
In un mondo di boyband, dove le teenager andavano in disibilio e in crisi ormonali, piangendo alla comparsa di personaggi come Nick Carter (BackstreetBoys) o Gary Barlow e Robbie Williams (Take That), le figuri femminili, 'annientate' dalla luce incontrastata di Madonna, hanno bisogno di una nuova linfa.
C'è bisogno di un personaggio differente dalla Ciccone, per un pubblico sempre più presente nell'acquisto della musica, quello latino, una comunità crescente negli Stati Uniti, e quindi bisognosa di una sua star.


Così una ragazza texana, di origine messicana, porta il pop latino e la cumbia in vetta alle classifiche, conquistando un pubblico trasversale, di età e di etnia. Selena Quintanilla Perez, o semplicemente Selena, diventa una stella mondiale, con premi, riconoscimenti, pubblico, e diventa una delle prime star a avere una linea di abbigliamento, una bambola, un profumo, anticipando ogni cantante degli anni 2000. La parentesi di Selena culmina al massimo del successo, quando la sua assistente le toglie la vita nel 1995, distruggendo una carriera piena di successi, ma rendendo Selena una icona immortale, letteralmente venerata in ogni parte del mondo, con manifestazioni, musei, mostre, statue a lei dedicate. Ad oggi Selena, morta a soli 23 anni, ha venduto oltre 60 milioni di dischi.

Non stavamo parlando di boyband poco fa? Giusto giusto, un fenomeno che ogni decennio torna a 'colpire', New Kids on The Block, Take That, Blue, One Direction... fenomeni mondiali, ma che restano spesso legati a una fase generazionale (anche se le prime tre veterane band sono ancora attive oggi), e questa supremazia maschile ha avuto uno scossone (un crollo?), con un fenomeno che è paragonato solo a quello dei Beatles, ovvero la Spice-Mania, termine che oggi trovate anche sulla enciclopedia, insieme al Girl Power.


Non hanno certo bisogno di presentazioni, ma le Spice Girls hanno venduto più di ogni altra girl band, (seppure in meno anni di effettiva attività, 1996-2000), detengono il record di velocità di sold out per dei concerti (quelli del Reunion Tour del 2007), il maggior numero di tweet durante una cerimonia sportiva (la loro esibizione del 2012 alle Olimpiadi), e ancora nel 2018 la news della loro reunion, con una semplice foto su instagram, il tema più discusso di questo nuovo anno.
Insomma in 22 anni il fenomeno pop non ha smesso di riscuotere successi, sopra ogni aspettativa. Le Spice Girls sono state forse la 'mania' più grande, il che spiega forse l'immutato successo ad ogni loro comparsa nonostante tanti anni di silenzio. Ogni marca del mondo negli anni '90 è stata pubblicizzata da loro, le loro apparizioni televisive erano quotidiane in ogni parte del mondo, tutti conoscevano e conoscono le loro canzoni, ad ogni età, ogni ceto sociale, ogni regione del pianeta. Lo 'Spiceworld' è un fenomeno globale di dimensioni pazzesche, inarrestabile ancora oggi. Tutti amavano e amano le Spice Girls, un fenomeno non ripetibile per nessuna band successiva, neanche quei tanto amati One Direction, il cui immenso pubblico resta comunque formato da adolescenti, che stanno crescendo molto in fretta, e che per la globalizzazione dei gusti musicali, attraverso i social e la musica digitale, cambieranno 'direzione' in fretta.
Le Spice Girls hanno insegnato sì alle ragazze a essere forti, consapevoli del loro corpo, a indossare ciò che le fa sentire bene e non necessariamente sta bene, ma soprattutto a essere se stessi e amarsi, motivo per cui sono icone gay indiscusse, le Spice Girls sono come noi, sono ragazze comuni che non indossano look abbinati, non sono comandate da nessuno, sono al potere di loro stesse.
Gli anni Novanta finiscono, le folle immense, le ore davanti la tv a aspettare un video o una apparizione, le patatine o le lattine con i nostri idoli sopra stanno per essere spazzati via dal web, e una serie di infinite meteore (gli anni 2000 sono un calderone di ritorni o brevi arrivi), ma un ultimo mito nasce tra il 1998 e il 1999, il mito di colei che sarà una stella fortunatissima e poi sfortunata, ma che riuscirà a riprendersi tutto rinascendo, unico esempio moderno di come il successo ti distrugge ma che l'amore del pubblico ti rialza e ti riporta al posto che ti spetta di diritto.


La gabbia d'oro in cui nasce il sogno americano di Britney Spears, l'artista più seguita e cliccata al mondo negli ultimi due decenni, diventa una prigione quando al culmine del suo successo, un successo gigantesco per una semplice ragazzina della Luisiana, tutti vogliono un pezzetto di lei, del suo successo, della sua vita. Britney incarna il sogno di gloria di tutti gli americani, è amata da tutti, e questo è un peso immenso, e quando cade il mondo piange insieme a lei, e il pubblico le porge una mano, così quando si rialza diventa l'esempio migliore per tutti i ragazzi e le ragazze al mondo di come ognuno di noi possa affrontare tutto e riprendere in mano la propria vita (il meme 'se Britney ha superato il 2007 io posso superare questa giornata' è popolarissimo e stampato persino su magliette e tazze). Britney è la star umana, l'ultimo mito del pop, quello che, lontano dall'eterea figura di Elvis diventa una di noi, diventando per i suoi successori un fenomeno senza mai più pari.

I successi galattici nel mondo della musica non sono mancati dopo, da Justin Bieber a Lady Gaga, da Beyoncé agli One Direction, da Jennifer Lopez a Ariana Grande, così si potrebbero citare prima di loro Cher, i Rolling Stones, i Take That, Kylie, Mariah e tanti altri, ma coloro di cui vi ho scritto oggi hanno avuto la capacità di portare il loro potere fuori dalla musica, di unire anche chi non seguiva il loro genere musicale, di spezzare barriere e tabù, di far credere in se stessi anche chi si sentiva in minoranza. Per questo nel mondo dei social, di iTunes, dello streaming, del tutto accessibile a tutti, non può nascere un nuovo mito, e certi fenomeni non torneranno più.

giovedì, febbraio 11, 2016

Ciao, Luigi, ciao


"Vedrai, vedrai, vedrai che cambierà, forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà, vedrai, vedrai, non son finito sai, non so dirti come e quando, ma vedrai che cambierà"

Dagli occhi cupi e profondi, Luigi Tenco viene da sempre dipinto come un uomo dalla personalità controversa ed ambigua, uno spirito sensibile.
Un artista arrivato al pubblico soprattutto dopo la sua morte, avvenuta nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967 durante il Festival di Sanremo.

« Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi. »
Queste furono le parole che Luigi scrisse prima di uccidersi con un colpo di pistola, gettando un’ombra sul Festival della Canzone Italiana.

Attestato che si tratti di suicidio, molti credono si parli in realtà di omicidio a causa dei legami tra Tenco e il Psi e il suo viaggio in Argentina. Fatto sta che Tenco da quel momento in poi, entra nelle case degli italiani, come un uomo così fragile da spezzare la sua vita per non essere stato compreso dal pubblico. Quel pubblico al quale voleva arrivare e comunicare ciò che aveva dentro.
Della scuola genovese, cantautore,  partecipò anche a dei film tra cui “La cuccagna” con Donatella Turri nel quale cantò “La ballata dell’eroe” composta dall’amico Fabrizio De Andrè, e fu paroliere di numerosi artisti, ad esempio della band The Primitives con Mal.
La sua “Un giorno dopo un altro” divenne la sigla del famoso sceneggiato televisivo Il commissario Maigret.

La sua voce così calda e sofferta, profonda, ricca di sentimenti, rende ogni canzone un intrinseco mondo di emozioni. Da “Vedrai, vedrai” a “Mi sono innamorato di te”, a “Ciao amore ciao” a “Lontano lontano”, in ogni testo di Luigi c’è un messaggio che viene dalla sua anima così satura che traspare dai suoi occhi profondi e scuri.

La ormai famosa “Ciao amore ciao”, cantata anche dalla sua compagna Dalida, in realtà aveva un altro titolo, “Li vidi tornare”,  ma Tenco decise di modificare il testo, il quale narrava di alcuni soldati che partivano per la guerra del  Risorgimento. Il brano non fu apprezzato, prendendo solo una manciata di voti, inoltre la performance di Tenco fu fuori tempo a causa della paura e dell’emozioni del palco del Festival. Grazie a Dalida la canzone ebbe maggior successo, ma fu comunque scartata. Questo apparve agli occhi di Luigi come un fallimento.

Ad oggi non sapremo mai se realmente Luigi Tenco abbia deciso di porre o meno la sua vita e cosa provasse, se delusione o rabbia, ma sappiamo che la sua musica, così dolce e leggera, e le sue parole così forti, non potranno mai essere dimenticate. Alla fine, anche se soffrendo, Luigi ce l’ha fatta.



mercoledì, febbraio 10, 2016

Sanremo 2016: la prima serata

Ieri sera è iniziato il sessantaseisimo festival di  Sanremo e come da tradizione milioni di telespettatori si sono incollati alla tv e a Twitter. Carlo Conti ha fatto il suo ingresso scendendo le famose scale del teatro e ha dato inizio allo show. I cantanti si sono susseguiti tra uno sketch e l'altro, tra un ospite a l'altro.
Di solito, personalmente, non giudico mai le canzoni durante la prima serata perché credo che molte volte la tensione, l'emozione, non faccia dare il meglio di sé ai cantanti e inoltre sono dell'idea che una canzone per poterci piacere veramente ha bisogno dei suoi tempi per entrare nella pelle. Tuttavia, gli occhi sono fatti per guardare e quello che ieri sera lo schermo tv mi ha mostrato mi ha lasciata allibita. Il primo outfit che mi ha lasciata senza parole è stato quello della valletta Madalina Ghenea: aveva un che di "animalier", totalmente inadeguato per una prima serata e per il palco che rappresenta Sanremo. 




E qui apro una parentesi super polemica: possibile mai che ogni anno dobbiamo pagare una valletta straniera, inutile, e che abbia la storia triste di chi da piccola guardava con la sua famiglia Sanremo e sognava un giorno lontano di varcare quel palcoscenico? Ma veramente ci avete preso per stupidi? Gente, siamo noi a pagarla, rendiamocene conto. Non bastavano Garko e Virginia Raffaele? Chiudiamo parentesi.
Il primo cantante a esibirsi è stato Lorenzo Fragola e non ha attirato la mia attenzione, bellissima invece è stata Noemi, non solo per l'eleganza ma anche per aver cantato con i nastrini arcobaleno simbolo delle unioni civili, avvolti all'asta del microfono. Simpaticissima inoltre per aver lasciato il palco sussurrando "Stai senza penzier " , guanto di sfida lanciato dai talentuosi The Jackal. 





Assolutamente indecente e di dubbio gusto il look di Arisa e di Deborah Iurato. La prima indossava una sottospecie di maglia lunga con la parte finale velata. Un misto tra una camicia da notte da ospedale e maglia comprata dai cinesi. La seconda invece ha scelto un look che la rendeva decisamente più grassa di quella che è, con un velato sulle maniche ornato sulle spalle. Decisamente non adatto alla sua età e al suo fisico. Seriamente, ragazze, denunciate i vostri costumisti!



Gabriel Garko è stato deludante, non nel look ma certo che con il fondotinta ci è andato giù pesante!, ma nella completa incapicità di imparare a memoria quelle quattro ciappette che doveva dire. Virginia Raffaele ha esordito con l'imitazione di Sabrina Ferilli, a tratti molto divertente ma ci sono stati dei momenti non proprio avvincenti. Carlo Conti un po' troppo impostato rispetto all'anno scorso.
Gli ospiti invece hanno portato una ventata di freschezza. Primo tra tutti Laura Pausini, visibilmente emozionata, ci ha regalato performance di alto livello. Briosa, energica, sensuale. Elton John romantico, sensibile, da brividi. Voce e piano ed è subito magia. Infine Maître Gims giovane, avvincente, musicalmente attraente. Comici della serata Aldo Giovanni e Giacomo. Per me sono stati noiosi, sarà che non sono una loro fan, ma mi aspettavo molto di più.
Concludendo vorrei aggiungere poche cose: come detto a inzio articolo, non giudico le canzoni ma è naturale in questo momento dirvi che quelle ascoltate sono state di un noioso che in confronto il funerale del mio gatto è stato molto più esuberante. Specie dai giovani mi aspettavo molto più ritmo.
Cosa ho apprezzato? Onestamente solo la Pausini ed Elton John e i nastrini arcobaleni perchè "Siamo tutti simili e diversi" ha detto la Laura nazionale e io aggiungo: "l'amore va oltre ogni restrizione mentale!"

sabato, gennaio 30, 2016

Marco Mengoni - `Essenzialmente´ lui

2 dicembre 2009
“Il vincitore della terza edizione di X-Factor Italia è… (rullo di tamburi!) …
Marco Mengoni!!!”

(a momenti non ci crede nemmeno lui)

Nome: Marco
Cognome: Mengoni
Nato il: 25 dicembre 1988
A: Ronciglione, Viterbo
Professione: cantante, doppiatore
Statura: m. 1,85
Capelli: castani
Occhi: castani
Segni particolari: splendida voce, sorriso smagliante

Questa è la carta d’identità del personaggio di oggi.
Marco Mengoni, un ragazzo acqua e sapone che ha conosciuto il successo grazie al suo grande dono: la voce. Ha conquistato i cuori di tutti, dai più giovani agli adulti, nessuna eccezione.
Dopo una breve esperienza in un quintetto vocale, a soli 16 anni, decide successivamente di intraprendere la carriera da solista. La sua stella inizia a splendere nel 2009 dopo la sua incoronazione come vincitore di X-Factor Italia. Da allora la sua carriera ha preso il via.
Ma il giovane cantante non ha conosciuto solo il palco del talent-show, infatti l’abbiamo visto, (e sentito), nel 2010 sul famoso palco dell’Ariston mentre presentava il suo inedito “Credimi ancora”, con il quale è riuscito a conquistarsi il terzo posto. Successivamente partecipa di nuovo a Sanremo, nel 2013, presentando questa volta due inediti: “Bellissimo”, scritto in collaborazione con Gianna Nannini e Pacifico, (ma questa canzone fu scartata dal pubblico), e “L’essenziale”, brano con cui si è classificato al primo posto. Con questo stesso brano, Mengoni, è stato scelto per rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest, (2013), classificandosi alla settima posizione. Ancora nel 2013, grazie al suo “esercito”, (così chiama i suoi fan), viene nominato come Best Italian Act e Best South Europe Act agli MTV Europe Music Awards. I riconoscimenti non sono mai mancati, ricordiamo alcuni come: 10 Wind Music Awards e 9 candidature ai World Music Awards. Inoltre, è stato il primo artista italiano ad esibirsi al Billboard Film & TV Music Conference di Los Angeles. Ha anche lavorato come doppiatore nel film di animazione Lorax – Il guardiano della foresta.
Un progetto che sta molto a cuore al nostro Marco è quello di poter trasformare i suoi ultimi album in spagnolo: ha già pubblicato diversi singoli e si vocifera di un eventuale tour in Spagna.

In questo mese ha iniziato un piccolo tour di firma copie, per le città principali, per promuovere il neonato album, (il 24 gennaio è stato nella nostra citta, Bari).

Tra qualche mese, invece, avrà inizio il vero e proprio Tour #MengnoniLive2016, che partirà il 28 aprile al Pala Alpitour di Torino e terminerà il 21 maggio all’Arena di Verona. Ecco le date.




Con questo termino l’articolo prettamente giornalistico e inizio a parlare un po’ della mia “amicizia” con la musica di Marco.
Credo di essermi innamorata della sua voce da subito, da quando l’ho sentito cantare per la prima volta durante i provini per X-Factor. A prescindere dall’aspetto fisico, apprezzo Marco per la persona che è e per la sua musica. Ha dato più volte la prova di essere un ragazzo come tanti, ma allo stesso tempo unico. La sua è una personalità “ambigua”, una sorta di “vedo/non vedo”. Vuole mostrarsi, ma poi cala subito il sipario. E’ un ragazzo enigmatico e dall’anima sensibile e fragile. E’ un vero controsenso, con tutte le accezioni positive di questo termine. Credo che il pezzo che meglio riesca a descriverlo è “Credimi ancora”, basta leggere il testo per capire che sta parlando di sé,



Spesso ho trovato persone in disaccordo con me e con i miei gusti musicali, persone che giudicavano Marco “come uno dei tanti uscito da un talent”… Beh, non sono l’unica che ha sempre portato avanti l’idea che Marco è stato l’unico in grado di distinguersi. Ha ricevuto molti complimenti da grandi della musica, partendo da Mina, passando per Lucio Dalla, fino ad arrivare a Sia (che ha scritto una canzone per lui, presente in “Le cose che non ho”, il nome del singolo è “Rock Bottom”) e a Giuliano Sangiorgi (anche lui ha scritto una canzone per il suo ultimo album, intitolata “Solo due satelliti”).
Seguo Marco dal principio e lo faccio con immenso piacere. Ogni sua nuova iniziativa, ogni suo album, ogni sua foto è sempre una piacevole sorpresa. Ho incontrato Marco più volte durante i suoi firma copie e si è sempre mostrato per quello che è: un ragazzo timido, ma un po’ pazzo.
Ascoltare le sue canzoni per me è una valvola di sfogo. Entro in un mondo in cui sembra che lui riesca davvero a capirmi. Le sue non sono mai semplice canzoni, ma nascondono preziosi consigli per poter affrontare la vita di tutti i giorni. Ho ricevuto in regalo il suo ultimo album ed è stato probabilmente uno dei regali più belli e apprezzati di sempre.
Posso affermare con estrema certezza che ormai, per il suo “esercito”, Marco è diventato “essenziale”.
Proprio ieri, 29 gennaio, vi è stata l’uscita del video del suo singolo “Parole in circolo”.

martedì, gennaio 12, 2016

David Bowie, l´uomo che cadde sulla terra.


Mentre l’8 gennaio i social network erano colmi di messaggi per il suo 69esimo compleanno, questa mattina una notizia terribile ha riempito di tristezza e di incredulità i cuori dei suoi fan. David Bowie, cantante, attore, compositore britannico, si è spento l’11 gennaio.
Su internet, in radio, in tv si dedica qualche minuto per questo cantante camaleontico che ha rinnovato il concetto di “musica”.
Sempre avvezzo al cambiamento, alla continua ricerca di nuovi stili e nuovi suoni, Bowie è stato l’Andy Warhol della musica, (ruolo che ha interpretato nel film Basquiat di Julian Schnabel, 1996).
La sua “diversità”, (positivamente parlando), è possibile leggerla sul suo volto. Ogni sua nuova creazione non era mai lontanamente paragonabile alla precedente. Non ci si stanca mai di ascoltare i suoi album, in quanto non sono mai racchiuso un unico genere.
Famosi anche i duetti con grandi esponenti della musica: Mick Jagger, Bing Crosby, Butterfly Boucher, Lou Reed, Iggy Pop, Brian Eno e (ultimo ma non ultimo) Freddie Mercury. Quello con Mercury è stato probabilmente il duetto per eccellenza, quello più conosciuto. I due cantanti, nonché amici, dalle voci spettacolari si sono sfidati a colpi di note sulla base di Under Pressure.
Per quanto riguarda la sua carriera cinematografica, anche in questo ambito non ha risparmiato la sua dote da “camaleonte”, rendendosi irriconoscibile in ogni pellicola anche solo con l’ausilio della sua mimica facciale.
Definito da molti come persona criptica e fredda, distante. Mentre gli amici lo descrivono come “un vero spasso”. In molte biografie di Freddie Mercury, infatti, si racconta di divertenti episodi in cui i due hanno dato libero sfogo alla loro “sana pazzia”.
Si parla molto anche della sua dubbia sessualità, voci senza un vero fondo, dal momento che il noto cantante conduceva una vita privata normale con sua moglie e i suoi due figli. Questi dubbi sono nati dalla sua voglia di apparire diverso, ne sono un esempio lampante anche gli innumerevoli alter ego, (Halloween Jack, Nathan Adler, Ziggy Stardust e The Thin White Duke). Con questo ultimo soprannome, il Duca Bianco, verrà poi riconosciuto specialmente in Italia. La sua simpatia per l’Italia, inoltre, viene enfatizzata dalla registrazione, nel 1969, di “Ragazzo solo, ragazza sola”, ossia la versione italianizzata di Space Oddity).
Solo 18 mesi fa gli fu diagnosticato un cancro e oggi ci troviamo qui a ricordare la sua inimitabile voce con un velo di malinconia. Ma la sua malattia non gli ha impedito di pubblicare il suo ultimo lavoro: Blackstar, in cui è presente il singolo Lazarus, che parla della sua situazione poco prima di lasciarci.
Messaggi affettuosi di addio arrivano da tutte le parti del mondo, passando da artisti italiani, come Leonardo Pieraccioni, (hanno recitato insieme nel film Il mio West), arrivando ad artisti internazionali, come Madonna e Iggy Pop.
Con questo articolo vogliamo salutare anche noi il Duca Bianco.
Ciao, David… Adesso scoprirai se c’è “vita su Marte”!

martedì, settembre 01, 2015

How big, how blue, how beautiful



“I don't know, I think I've got quite a strange voice. It's more emotional, perhaps, than technical. I think I quite like to hide it behind lots of backing vocals and things like that — and on this record, Markus Dravs, who is the producer, he was quite adamant that I wasn't going to do that. And I agreed with him, because it's good to be vulnerable, but it was a big change for me. I found it difficult”

E’ passato molto tempo dall’ultimo articolo, me ne rendo conto solo ora che finalmente, dopo settimane, mi rimetto al computer con in testa qualcosa da scrivere, e, in questo momento, mentre sono seduta davanti allo schermo, mi accorgo di quanto mi sia mancato, e mi sembra strano che riesca ad accorgermene solo adesso. A darmi il bentornato è necessario che sia il disco che mi ha fatto da colonna sonora a questi mesi estivi, una scoperta tardiva e troppo speciale per essere lasciata andare e, che, tra le altre cose, si adatta perfettamente a quello che è il tema di questo settembre di nuovi inizi: l’introspezione. E quindi mentre mi siedo alla scrivania, mi dico che sì, questo dev’essere il primo articolo da cui ricominciare.
How big, how blue, how beautiful è il terzo e ultimo disco del gruppo inglese Florence + The Machine, rilasciato il 29 maggio di quest’anno e preceduto da tre singoli accompagnati da videoclip, ciascuno di questi un diverso capitolo della Hbhbhb Odyssey, il nome che il gruppo ha deciso di dare alla sequenza di video rilasciati a qualche settimana di distanza l’uno dall’altro.

Chi conosce Florence da più tempo di me, dopo un’attesa estenuante durata quattro anni, si sarà reso subito conto che questo album è sicuramente il più introspettivo, passionale e personale dei suoi lavori, contrapposto ma anche una specie di continuazione di Lungs e Ceremonials che, invece, avevano atmosfere meno fisiche, meno “umane”, dominati dal mondo dei sogni e dei morti. E questo lato passionale e introspettivo dell’album si individua già nella prima canzone, Ship to wreck, la più conosciuta e forse la più sottovalutata, persino dalla stessa Florence, che in un’intervista ha ammesso che, fino al momento dell’ascolto del disco per intero, non era mai stata convinta di quel brano, per la sua estrema semplicità, rendendo evidente un comportamento che la cantante di Camberwell ha dovuto affrontare più di una volta: la sua tendenza a complicare le cose semplici. Ed è proprio questo che si percepisce in Ship to wreck, così come in tutto il disco: la sua paura di distruggere tutto ciò che ha costruito (Did i drink too much? Am I loosing touch? Did I build this ship to wreck?) e al tempo stesso il desiderio, anzi la necessità, di imparare a vivere e ad amare semplicemente, di affrontare per la prima volta la vita quotidiana da sola, in una casetta nel sud di Londra, senza riflettori, pubblico e scalette programmate a fine giornata. Nel video ci sono due versioni di Florence, una che distrugge tutto ciò che trova sulla sua strada, per rabbia, frustrazione, l’altra che ripara gli oggetti buttati per terra, che abbraccia le persone strattonate.

La seconda traccia del disco, What kind of man, è il Chapter 1 della Hbhbhb Odyssey, come a voler indicare l’inizio, la causa, di tutto, perché se da un lato Florence ha dovuto affrontare tutto quello che si era lasciata indietro all’inizio della sua carriera, dall’altro in questi quattro lunghi anni di pausa, ha vissuto una storia d’amore costantemente paragonata a una tempesta, fatta di indecisioni e dolore, inevitabilmente finita male, e la presenza di questo amore distruttivo aleggia su tutto l’album, come un’ombra di cui non ci si riesce a liberare. What kind of man è ritmata, potente, scandita da colpi di chitarra elettrica, che costituiscono una nuova caratteristica musicale del gruppo, e da una voce che si dimena e aggredisce, e nello stesso tempo crolla e chiede compassione a un uomo che la lascia sempre in bilico (Sometimes you’re half in, sometimes you’re half out, but you never close the door). La cantante stessa ha paragonato What kind of man a una specie di Purgatorio interiore, ad un eterno limbo.
Sulla stessa lunghezza d’onda sono Make up your mind, in cui c’è un ”tu” a cui Florence si rivolge, contro cui si scaglia, ma c’è anche un “io”, la sé stessa a cui parla, per studiarsi, per capire cosa fare, e Hiding (I know you’ve tried, but something stops you every time).


Il capitolo 2 di questa Odissea di cui ormai i fans sentono di far parte è St Jude, una ballata lenta e delicata. Florence ha lasciato il limbo di What kind of man e inizia finalmente il viaggio, da sola, sotto la pioggia, con una tempesta in arrivo, cercandone il significato (And I’m learning, so I’m leaving and even though I’m grieving, I’m trying to find a meaning, let the loss reveal it). Se il capitolo 1 era il Purgatorio, questo sembra essere l’Inferno.

Ci sono Queen of peace e Long & Lost, affiancate in un unico lungo videoclip, dall’atmosfera particolare, grigia, quasi di un altro tempo, con l’ombra di un amore abbandonato per sopravvivere, “some things you let go in order to live”, come canta Florence in Various storms and Saints, forse il più introspettivo dei brani, uno dei più sofferti. “Una lettera a me stessa” dice Florence, una lunga camminata per Londra in un momento di disperazione, di “finirà mai tutto questo?”, seguito da una schiena che si raddrizza, una testa che si rialza (I know it seems like forever, I know it seems like an age, but one day this will be over, I sware it’s not so far away). Delilah e Which Witch, animate dall’inconfondibile tocco di Isabella, tastierista del gruppo e compagna di avventure di Florence dall’inizio, sempre nell’ombra delle retrovie durante i concerti, come una guardia che le guarda le spalle, ma presente in ogni brano. Third eye e Mother, entrambe rivolte a sé stessa, l’una come un incoraggiamento e una rassicurazione (and you deserve to be loved and you deserve what you are given), l’altra come una preghiera (can you protect me from what I want?).
E alla fine c’è How big, how blue, how beautiful, il brano che dà il titolo al disco, ispirato al cielo luminoso e immenso di Los Angeles, luogo in cui è stato scritto, il primo ad esser stato rilasciato accompagnato da un video in cui vediamo una Florence spogliata di tutti i vestiti vistosi ed eleganti che avevano dominato Ceremonials, vestita di bianco, che danza con leggerezza insieme a un’altra se stessa, con i piedi nudi e i capelli sciolti, senza trucco e smalti, c’è solo lei, la potete vedere, finalmente riappacificata con se e con il mondo, che guarda il cielo e dice “how big, how blue, how beautiful”. Con questo brano finisce un’era e ne comincia un’altra, tutti lo sentono, e io, che ho conosciuto la band con questa canzone, l’ ho lasciata per ultima perché Florence ci sembra dire che, alla fine di tutto, ce l’ha fatta, che è felice di aver affrontato uomini indecisi, guerre, viaggi, tempeste, perché l’hanno fatta arrivare dov’è adesso, più matura, semplice, bella. Un brano che è stato il primo, come se da subito Florence ci avesse voluto avvertire del suo cambiamento, che è il terzo nell’album, ma che, secondo me, rappresenta la fine di questo disco, di questo viaggio, di questa odissea, il Paradiso dopo l’Inferno.

“When I had a real crack, and I was making the record, I couldn't get dressed. I wore an anorak and leggings, and I cycled to the studio every day in the rain with my packed lunch. Getting dressed is a kind of creative output for me, but when I was putting all my last resources, and I was a bit broken I think, it was almost like I wanted to just disappear from myself. And the record really rebuilt me and took me to such a better place. It made me so much more comfortable to just be myself”

martedì, aprile 07, 2015

Anime Salve


Stavolta per raccontarvi quello che mi passa per la mente e per riempirvi la testa di cose che sicuramente piacciono a me, ma che spero piacciano (un po') anche a voi, comincerò da un punto di partenza diverso dal solito, che proprio perché nuovo rappresenta una sorta di sfida, di rischio, di cui non conosco l'esito finale, e di conseguenza non posso far altro che sperare che da questo particolare esperimento esca qualcosa di decente. Questa volta, dicevo, userò come trampolino di lancio l'articolo di Gabriele sul disco di De André "La buona novella", che potete leggere qui, in una sorta di collaborazione a distanza, di percorso a tappe alternate che cercheremo di incastrare l'una con l'altra.

Riprendendo il filo del discorso di Gabriele, faccio qualche passo e vado avanti di qualche anno, precisamente fino al 1996, al disco forse più famoso di De André, considerato tra l'altro il suo testamento spirituale, il suo regalo finale a un mondo disordinato: Anime Salve. In molti, in passato, mi hanno detto che questo è forse il più "commerciale" dei dischi del cantautore di Genova, ma io ho sempre risposto, con la classica irrazionalità tipica di un innamorato perso, che, benché non credo sia vero, non mi interessa neanche, non mi interessano altro che quelle musiche provenienti dal Brasile, dalla Genova antica, da tradizioni mediterranee e balcaniche che mi emozionano ogni volta come se fosse la prima, quei testi che sono storie di vita, di strada, di porti, di mari e ancora storie di umili, di dimenticati, di solitudine.
Anime Salve
è, così come l'ha chiamato lo stesso De André, un 'elogio della solitudine', non una solitudine che separa, annienta, uccide, ma una solitudine che permette di staccarsi dalla cattiveria dell'uomo organizzato in masse, in gruppi, in maggioranze opprimenti, soffocanti. Una solitudine che, anche se dolorosa, fa essere liberi e non prigionieri. Una solitudine raccontata in tutte le sue forme: quella dei Rom di Khorakhané, quella del transessuale di Prinçesa, e dell'innamorato disperato di Dolcenera.

In un disco che ha le parvenze confuse di una grande opera letteraria, De André sembra compiere quasi un viaggio nell'anima più profonda del mondo degli ultimi, da lui tanto amati e tanto cantati, dei derelitti, degli appartenenti alle minoranze per destino o per scelta, cambiando scenario di canzone in canzone e ricamando parole a volte delicate, a volte schiette e arrabbiate, su melodie d'altri tempi. Si passa con leggerezza dalla Sardegna violenta di Disamistade, alla Genova inondata di Dolcenera, fino ad arrivare alla bella Nina di Ho visto Nina volare, piccolo amore di un De André bambino.


« [Anime salve] trae il suo significato dall'origine, dall'etimologia delle due parole "anime" "salve", vuol dire spiriti solitari. È una specie di elogio della solitudine.
Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l'universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni
anche per gli altri. [...]

                  (Fabrizio De André, Elogio della solitudine, tratto da Ed avevamo gli occhi troppo belli)

E come un padre lascia in dono al figlio la propria saggezza, il proprio amore, la propria visione del mondo, De André ci lascia, con l'ultimo brano del disco, Smisurata preghiera, il suo messaggio definitivo, in un immenso atto d'amore che non può far altro che lasciarti con una tristezza incontrollabile e infinita, una tristezza che può procurarti solo una preghiera, appunto. Una preghiera collettiva, oppure una preghiera di un padre arrabbiato per il dolore che il figlio ha dovuto sopportare e preoccupato che possa soffrire ancora. Una preghiera smisurata perché senza confini di spazio, di tempo, disperata, d'amore verso le minoranze, e di cui non si conosce il destinatario, forse quello che in molti chiamano Dio, o magari la fortuna, la sorte. Ma in fin dei conti si sente solo una voce, potente, profonda, e se vi mettete bene in ascolto, vi sembrerà forse arrabbiata, accompagnata da un sottofondo che, nonostante sia appunto un sottofondo, non passa inosservato, perché quando la voce si ferma, la musica continua, in un crescendo che inonda, spazza via tutto e mette fine al disco.

" L'ultima canzone dell'album è una specie di riassunto dell'album stesso: è una preghiera, una sorta di invocazione... un'invocazione ad un'entità parentale, come se fosse una mamma, un papà molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così potentissime come una divinità; le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, la Madonna. In questo caso l'invocazione è perché si accorgano di tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze.
Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi... dire "Siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni..." e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze. La preghiera, l'invocazione, si chiama "smisurata" proprio perché fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso."

Mi scuso se ancora una volta non sono riuscita ad essere obbiettiva, formale, precisa nel dare informazioni e giudizi, se qualcuno di voi me lo facesse notare, gli darei senza dubbio ragione, ma come sanno bene quelli che hanno la sfortuna di avermi spesso intorno, quando si parla di De André, non ho obbiettività, formalità o precisione, ma solo, come dicevo prima, la classica irrazionalità tipica di un innamorato perso e quindi, anche se non volete, dovrete perdonarmi.

giovedì, marzo 26, 2015

La buona novella. Fabrizio De André



Mi è capitato spesso di leggere su vecchie antologie musicali, che questo album non fu accolto con onori e allori neppure dallo zoccolo duro dei sui fan. Al primo ascolto non fu capito, forse neppure al secondo. Fu piuttosto un buon pugno nello stomaco ai più. A chi aspettava con ansia un inno alla protesta e alla contestazione di quegli anni, com'era di moda tra i cantautori impegnati, dovette dichiararsi sorpreso. Si ritrovò davanti infatti alle vicende di un Cristo, mai stato così terreno, così vivo. Fabrizio De Andrè spesso rispondeva che sì, lui era convinto di cavalcare la protesta, in fondo, diceva, io canto del più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Con le sue parole:

Eravamo in piena rivolta studentesca; i miei amici, i miei compagni, i miei coetanei hanno pensato che quello fosse un disco anacronistico. Mi dicevano: cosa stai a raccontare della predicazione di Cristo, che noi stiamo sbattendoci perché non ci buttino il libretto nelle gambe con scritto sopra sedici; noi facciamo a botte per cercare di difenderci dall'autoritarismo del potere, dagli abusi, dai soprusi.Non avevano capito - almeno la parte meno attenta di loro, la maggioranza - che La buona novella è un'allegoria.Paragonavo le istanze migliori e più ragionevoli del movimento sessantottino, cui io stesso ho partecipato, con quelle, molto più vaste spiritualmente, di un uomo di 1968 anni prima, che proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell'autorità si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali.

Credo che oggi - ritritando la banalità dell’espressione – questo album sia di un’attualità sconvolgente. Negli ultimi tempi, mi sono abituato infatti a leggere di Dio, o a sentirne discutere, sempre con il prefisso negativo. I termini che più gli si accompagnano sono la paura, la falsa giustificazione e spesso anche l'Odio. Sì, l'odio come presentazione, come anticamera.
Per ribaltare la situazione faccio alla Faber, appunto! In questi stessi giorni ascolto infatti, in un loop degenerativo, l’album di Fabrizio De Andrè La buona Novella. Il concept, come lo chiameremmo oggi, fu pubblicato nel 1970, dopo un lungo lavoro preparatorio. Lo studio fu guidato dall'analisi dei vangeli apocrifi, dagli scritti storici sulla figura del Nazareno, ma non solo. Per un lungo periodo infatti, laddove De Andrè faticava a trovare fonti scritte, le cercò sui muri affrescati. Si concesse un excursus nelle chiese che, a sua conoscenza, potevano raccontare qualcosa dalle pareti trasudanti medioevo e, quindi, tradizione popolare.
Da tutto questo nasce La buona novella, composto da: l'infanzia di Maria, Il ritorno di Giuseppe, Il sogno di Maria, Ave Maria , Maria nella bottega d'un falegname, Via della Croce, Tre madri e Il testamento di Tito. Il tutto introdotto e concluso dal laudate che ci introduce le vicende di Cristo con la lode il signore e termina con la stessa lode indirizzata però al figlio dell'uomo.
Molto è già stato scritto e detto su questo album quindi ho optato per un piccolo esperimento di linguistica(1). Lo so, è atroce ciò che sto per fare: è un po’ come se, animato da poteri ultraterreni, togliessi, non solo la passione, ma anche il piacere stesso nel fare l'amore. E' come se fosse una musica senza melodia e senza poesia. Un puro atto meccanico, senza pretese. Vedo già il tuo naso che si storce, ma concedimi qualche istante, vediamo assieme cosa ne esce fuori.

E’ interessante notare come, in un intero album dedicato a Gesù Nazareno, il suo nome non non compaia mai. E’ sotteso in tutti i pezzi, la sua luce illumina tutti gli angoli possibili, ma non viene mai citato. E' come sentire l’odore dei ravioli fatti in casa la domenica mattina, ma non riuscire mai neppure a vederli. Rimane sullo sfondo, anzi è lui stesso lo sfondo.
La vera protagonista è infatti Maria. Se sommiamo la frequenza con cui i termini Maria e Madre appaiono nei testi, totaliziamo la bellezza di ventuno ricorrenze. Maria rappresenta una sorta di guida per tutto il percorso che il cantautore ci propone. E' il nostro Virgilio nell'ascolto dell'album.
Le parole che hanno la maggior probabilità di trovarsi nelle vicinanze(2) del termine Maria (e che quindi colorano la sua figura) sono Ave (8,41) e  (7,08)(3). Questo binomio ci permette di analizzare la sua natura duplice: la prima terrena, di donna e madre, la seconda divina. Viene invocata, pregata perché possa intercedere per noi. Come madre, Maria è prima di tutto una madre normale, umana al cento per cento, carica di debolezze e con la voglia di protezione di tipica di una qualsiasi madre. Troviamo in aggiunta altri due termini che ne caratterizzano la figura: muore(7,63) e piange(8,37), a presagire quale sarà il suo ruolo nella narrazione storica.
Di uguale interesse è anche il discorso attorno alla parola figlio. Compare nei testi delle canzoni ben diciassette volte, facendone uno dei termini più ricorrenti. Le quattro parole che statisticamente è più facile trovare nelle vicinanze di questo termine sono: voglio, posso, pensarti, avrei (8,28). Sono termini terreni: pensare al figlio, avere un figlio, volere un figlio, poter avere un figlio/ poter essere un [buon] figlio. Il figlio in questione, Gesù, è prima di tutto figlio di una donna terrena, è figlio di Maria appunto. Un figlio fatto di carne e pronto a patire le sofferenze umane,(Sangue 6,28 e Cuore 5,7). Si ripropone qui il concetto che ci permette di osservare il soggetto del racconto, Gesù appunto, attraverso gli occhi di sua madre. Per avvicinarlo al termine Dio, dobbiamo scendere nel range statistico, di almeno un gradino. Lo troviamo infatti con una statistica di 6,14.
Passando al termine Dio, (che rimane comunque il lemma più volte ripetuto nel testo) è assolutamente chiaro che siamo di fronte a una figura che viene chiamata (8,49), invocata, pensata (6,91), ma non solo. A prevalere sembra infatti essere una sfumatura quasi al di fuori dalla concezione del Dio del nuovo testamento. E' un temuto(7,91), lodato(7,50), che uccide (7,49) ; non c'è traccia del perdono, tipico del messaggio cristiano tout cour.
Dopo questo piccolo esperimento non mi resta che liberarti e visto che sei arrivato fino in fondo ti propongo l'ascolto di uno dei pezzi dell'album. Si tratta de Il ritorno di Giuseppe. Il falegname rientrata a casa dopo una lunga assenza e ad aspettarlo c'è Maria, gravida di paure e di un figlio.








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(1) L'analisi è stata condotta con l'utilizzo di un software OS AntConc disponibile su http://www.laurenceanthony.net/software.html
(2) Con questa espressione ho sintetizzato ciò che i linguisti definiscono in molti modi, ognuno con delle tecniche di lavoro ben argomentate. Io mi sono limitato ad analizzare le parole che si trovano a sinistra e a destra del lemma in analisi, assumendo come range le cinque o le sei distanze, tenendo in considerazione il numero di volte che il termine rientra nel radar di analisi e la sua vicinanza con altri termini.
(3) I numeri che si trovano in corrispondenza dei termini segnalano un indice numerico per misurare la grandezza statistica descritta al punto due.