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venerdì, maggio 13, 2016

Kobane Calling - Zerocalcare


La domanda iniziale che tiene banco nelle prime pagine del fumetto, è la stessa a cui mi sono sottoposto anch'io approcciando la lettura della nuova fatica di Zerocalcare, Kobane calling. Perché Kobane? Perché recarsi in prima persona nei luoghi insanguinati da un confitto pluriennale, perché parlare di Isis? La risposta è tutta racchiusa in un'immagine dai pixel fuori fuoco, un groviglio indistinto, che rimane tale, fino a quando un personaggio se ne esce con: “Questa è la nostra battaglia decisiva. Tutti gli uomini e le donne che hanno a cuore la libertà e l'umanità, oggi dovrebbero essere a Kobane” E allora quell'ammasso di pixel piano piano si fa nitido e scopriamo che si tratta del cuore. Non di uno qualsiasi. Il tuo.

Kobane calling è un graphic novel, un fumetto che racconta le impressioni di viaggio di due esperienze di Michele Rech, in arte Zerocalcare, nelle terre tra la Turchia, la Siria e l'Iraq, in quel lembo di terra che qualcuno si ostina a chiamare Kurdistan. Tutta la sua attenzione è rivolta verso il popolo curdo, nazione senza stato, nazione che si frappone tra l'avanzata dello Stato Islamico e il “nostro” Occidente. Nazione che nonostante tutto rimane abbandonata a se stessa.
Il primo viaggio lo porta al piccolo villaggio turco di Mehser, a poche centinai di metri da Kobane, una cittadina con importanza strategica pari a zero, ma vera linea di confine oltre alla quale Daesh non è riuscita ad andare. La Stalingrado moderna, l'ultimo baluardo, tenuta coi denti, persa e poi riconquistata dal popolo curdo. Nel secondo viaggio si addentra invece nelle terre del Rojava, lembo di terra suddivisa in tre cantoni (più o meno comunicanti a seconda dell'avanzata o del ripiegamento dei vari eserciti) e regione proclamata autonoma dai curdi siriani, retta da un avanzato confederalismo democratico, regolato da una sorta di contratto sociale, basato sulla convivenza e sulla diversità.

Autore e protagonista di questa avventura è Zerocalcare. All'anagrafe Michele Rech. Nasce ad Arezzo il 12 dicembre 1983, trascorre i primi anni in Francia e poi si stabilisce a Roma. Rebibbia diventa la sua patria. Il nome Zerocalcare viene scelto, quasi per caso, al momento dell'iscrizione a un forum di discussione su internet, ispirandosi ad uno spot televisivo in voga ai tempi. La sua prima attività da fumettista risale alla fine delle scuole superiori, periodo in cui realizza un racconto a fumetti ispirato alle giornate del G8 di Genova, nell'estate del 2001. A partire dal 2003 lavora come illustratore presso alcune riviste tra cui il quotidiano Liberazione, il settimanale Carta, con il mensile la Repubblica XL e la divisione online della DC comics. Nel 2011 avvia un blog a fumetti, zerocalcare.it in cui pubblica brevi racconti a sfondo autobiografico. Nel corso del tempo inanella diversi premi e riconoscimenti vari, ampliando così la schiera di occhi interessati. Le sue opere principali sono: La profezia dell'armadillo, Edizioni Graficart 2011, Un polpo alla gola, BAO Publishing 2012,Ogni maledetto lunedì su due, BAO Publishing 2013, Dodici, BAO Publishing 2013, Dimentica il mio nome, BAO Publishing 2014, L'elenco telefonico degli accolli, BAO Publishing 2015, Ferro e piume, Internazionale (n. 1122) 2015.

Tornando alla sua ultima fatica, Kobane calling, ciò che si riscontra immergendosi della lettura è l'approccio meno personale rispetto ai lavori precedenti, ma sicuramente più impegnato. I termini grafici, meno armadillo e più mammut. L'armadillo è l'elemento grafico che rappresenta la coscienza dell'autore. Il mammut invece da voce al senso di appartenenza, direi quasi con valenza sociale, se non addirittura politica. Calcare riesce a rendere quotidiano e nostrano i volti e le vicende umane totalmente estranee al nostro guardare e sentire giornaliero. I lontani scenari di guerra, le tragiche vicende di persone dai nomi complicati sembrano tradotte in una lingua accessibile a tutti, più facili da digerire, anche attraverso l'ironia, il prendersi poco sul serio e i tratti malinconici.


sabato, gennaio 24, 2015

Porto Sepolto




Il duemila e quindici, per l’Italia vuol dire cento. Cento anni dall’entrata in guerra. La Prima Guerra Mondiale. La Grande Guerra. (Scusate tutte queste maiuscole, tutta questa retorica, ma è essenziale per entrare nel clima di inizio secolo. Quello scorso per intenderci). Per non far mancare un occhio prudente sulla ricorrenza, mi appresto a parlare, per pochi istanti, di un tenente. Al secolo Ettore Serra, nato a La Spezia nel 1890 e di stanza al Carso agli inizi del 1915. Sulla stessa linea di trincea del Carso, c’è tra tutti un certo soldato - rimandato dall’addestramento ufficiali perchè non ritenuto idoneo - che presta servizio nel diciannovesimo reggimento di fanteria. Questo suddetto soldato non brilla certo per l’attenzione e la pulizia alla divisa e, come se non bastasse, in un preciso pomeriggio di estrema stanchezza, dimentica addirittura il saluto proprio al passare del tenente Serra. Quest’ultimo, invece di fare rapporto e probabilmente mandare davanti al plotone di esecuzione il giovane soldato (si ricorda che la pena capitale in quel frangente veniva distribuita più o meno come oggi diffondiamo smile) finisce per appassionarsi alle sue parole strette strette, contingentate dal tempo. Sono parole queste,  annotate su “ cartoline di franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute, sui quali da due anni andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza, ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane, portandoli a vivere con me nel fango della trincea o facendone dei capezzali nei rari riposi, non erano destinati a nessun pubblico.”
    Prova anche solo per un istante a immaginare questo soldato, un po' trasandato, portarsi dietro nelle sue tasche, magari anche sgualcite e senza un ordine preciso, parole come: Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, oppure Sono un frutto di innumerevoli contrasti d’innesti maturato in una serra, o ancora Balaustrata di brezza per appoggiare stasera la mia malinconia, Il carnato del cielo sveglia oasi al nomade d'amore. Steso nel fango della trincea, tra i rimasugli di paesi feriti, tra gli umori dei suoi compagni, portava in segreto piccoli sprazzi di bellezza. E prova ancora a pensare se solo uno degli eventi che ho appena citato non fosse andato in questa precisa combinazione, tenta di figurarti cosa avremmo mancato di leggere. Senza scomodare ospiti ingombranti come Dio, il destino o il Fato, ogni volta che ci rifletto mi piace convincermi - forse un poco ingenuamente - che nell’aria persistano forze. E non tutte per giochino per il male.
    Tornando al nostro tenente, questi rimase così folgorato dalla potenza di quelle parole stropicciate da decidere di finanziare la raccolta degli scritti, in una pubblicazione con tiratura di ottanta copie. Nacque così Porto Sepolto: il primo nucleo dell’intero lavoro di Giuseppe Ungaretti,  e uomo del nostro Novecento. Sono già presenti in esso molti dei temi cari al poeta, forse in forma acerba, appena abbozzati, ma mai come in altre occasioni colmi di vita e di colore. Tra tutte le poesie raccolte nel Porto Sepolto, mi piace ricordarne una in particolare, che da sempre mi accompagna.


FRATELLI (15 luglio 1916)

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli